III. La concezione riformata della vita cristiana

Ci domandiamo ora se il Pentecostalismo, nonostante i seri errori di cui esso sia affetto, non abbia di fatto qualcosa da insegnare alle chiese della Riforma, qualcosa di cui esse abbiano molto bisogno: non dovrebbero i credenti riformati imparare qualcosa dal Pentecostalismo, qualcosa di cui altrimenti essi sarebbero ignoranti? Le chiese riformate ed i loro membri non mancano forse di qualcosa che Iddio stesso ora supplisce attraverso il movimento pentecostale e carismatico? Avendo la Chiesa finora avuto “la prima pioggia” in modo moderato, non è forse vero che Dio ora sta elargendo alla Chiesa “l’ultima pioggia” (Gioele 2:23)?

Quest’idea la si trova accolta favorevolmente in molti circoli riformati. Ciò che si suppone che il Pentecostalismo contribuisca alla chiesa ed ai suoi membri è una vibrante vita cristiana. Una Chiesa riformata ed un credente riformato hanno una sana dottrina, si dice, ma sono molto deficitarii nell’area della vita cristiana. Ad una comunità il Pentecostalismo contribuirebbe alla vera unità dei suoi membri, un amore fattivo, una maggiore condivisione, l’uso energico dei suoi doni in ogni suo membro, ed un culto spontaneo, vivace ed esuberante. Al credente individuale, esso fornirebbe esperienze spirituali, gioia, zelo, e potenza. Il cristianesimo riformato ha la Parola (la dottrina), il Pentecostalismo vi aggiungerebbe lo Spirito. Il Pentecostalismo, così, secondo alcuni, dovrebbe essere introdotto nelle chiese riformate ed esservi il benvenuto.

Quest’idea è falsa e sviante. La Chiesa riformata ha sempre perseguito l’unità del popolo di Dio, ha sempre promosso l’amore fraterno, ha sempre reso giistizia ai doni posseduti da ogni suo membro. Non è stato il Pentecostalismo a spingere la Chiesa riformata a confessare la comunione dei santi. Alla domanda 55 del Catechismo di Heidelberg troviamo infatti queste parole:

Che cosa comprendi con “la comunione dei santi”? In primo luogo, che tutti i credenti in generale, e ciascuno in particolare, come sue membra, partecipano al Signore Gesù Cristo e a tutti i suoi tesori e doni. In secondo luogo, che ognuno deve sapere di essere tenuto a servirsi di tutto cuore e con gioia dei suoi doni per il bene e la salvezza delle altre membra[1].

Non è stato neanche il Pentecostalismo ad essere responsabile ad esortare i membri della Chiesa riformata a vivere la vita cristiana amando il prossimo, com’è riportato nelle domeniche 39-44 dello stesso Catechismo. Che il Pentecostalismo provi a migliorare, se può, sull’applicazione che la Chiesa riformata applica al Quinto Comandamento per il credente: “Che renda a mio padre e a mia madre e a tutti i miei superiori, onore, amore e fedeltà, e mi sottometta con la dovuta ubbidienza a tutte le loro buone istruzioni, sopportando anche pazientemente i loro difetti, dal momento che Dio vuole governarci attraverso di loro” (D. 104); oppure del Sesto Comandamento, come dell’obbligo “che amiamo il nostro prossimo come noi stessi e gli testimoniamo pazienza, pace, dolcezza, misericordia e benevolenza, che lo preserviamo, per quanto ci è possibile, da ogni male e che facciamo del bene anche ai nostri nemici” (D. 107); o del Settimo Comandamento, come l’insegnamento che dobbiamo “vivere in modo casto ed ordinato, sia nel santo stato del matrimonio, sia al di fuori di esso” (D. 108); o dell’Ottavo Comandamento, come dell’esigenza “di cercare, per quanto possibile, il vantaggio del mio prossimo, di agire nei suoi riguardi come vorrei che si facesse nei miei riguardi, e di impegnarmi ad assistere l’indigente nella sua povertà”; o del Nono Comandamento come dell’obbligo “che difenda e sostenga con tutte le mie forze l’onore ed il buon nome del mio prossimo” (D. 112).

Al suggerimento del pentecostale che noi dovremmo andare a scuola ai piedi del Pentecostalismo per imparare sull’esperienza cristiana, i cristiani riformati sono inclinati a rispondere come il Signore Iddio rispose a Giobbe di mezzo alla tempesta: “Chi è costui che oscura il mio disegno con parole prive di conoscenza? Dov'eri tu quando io gettavo le fondamenta della terra? Dillo, se hai tanta intelligenza” (Gb. 38:2,4).  Passando oltre la gloriosa tradizione dei predicatori e scrittori riformati, presbiteriani e puritani, noi invitiamo tutti coloro che sostengono le presuntuose asserzioni del Pentecostalismo di leggere il Catechismo di Heidelberg. Per più di 400 anni i cristiani riformati sono stati educati con un catechismo che presenta l’intero messaggio della Scrittura dal punto di vista della personale consolazione, che definisce questa consolazione come appartenere a Cristo, e che fonda questo conforto sulla conoscenza esperienziale del peccato, sulla conoscenza esperienziale della redenzione, e sulla conoscenza esperienziale della riconoscenza. Quando poi hanno terminato di leggere il Catechismo di Heidelberg, essi potrebbero poi riprendere i Canoni del Sinodo di Dordrecht, per osservare quanto quelle grandi dottrine siano presentate in modo caldo e pastorale, e come esse siano le verità caratteristiche della fede riformata ed il cuore stesso dell’Evangelo della grazia di Dio. Qui essi troveranno l’esposizione della dottrina della predestinazione, cioè qualcosa di profondamente interessato alla certezza dell’elezione II, 12), con gli effetti del senso dell’elezione nell’umiltà, adorazione, auto-purificazione ed amore riconoscente dei figli di Dio (I, 13), e con le lotte spirituali e dubbi di coloro che non sono altro che “lucignolo fumigante” e una “canna incrinata” (I, 16).

Come genuino cristianesimo biblico, la fede riformata ha sempre onorato lo Spirito Santo e la Sua opera. Ha confessato la Sua divinità; ha osservato come lo Spirito di Cristo sia stato effuso sulla Chiesa a Pentecoste; Gli ha attribuito l’opera completa di raccogliere la Chiesa o di salvare ogni peccatore eletto, perché questa non è opera dell’uomo; ha persino detto che la Parola è impotente senza lo Spirito. Essa ha esaltato le opere dello Spirito, cioè la rigenerazione e la santificazione; la lodato i Suoi doni, cioè la fedele testimonianza alla verità; ha coltivato i Suoi frutti: amore gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà, fede, mansuetudine, autocontrollo (Ga. 5:22). Per tutto questo la fede riformata non deve nulla al Pentecostalismo.

Il cristiano riformato rifiuta di onorare un qualsiasi spirito accanto a Gesù Cristo, rifiuta di dilettarsi in una qualsiasi salvezza che sia aggiunta alla redenzione operata da Gesù Cristo; rifiuta di volare con un qualsiasi spirito al di sopra della solida atmosfera della Parola di Cristo – la Sacra Scrittura; e si rifiuta di confessare un qualsiasi spirito, se non Gesù Cristo. Lo Spirito Santo di Dio, però, non considera questo nostro rifiuto in noi un male. Egli stesso richiede questo da noi e lo opera in noi. Egli infatti, è venuto per glorificare Cristo (Gv. 16:14), per impartirci la redenzione di Cristo (Gv. 7:37-39); per operare in ed attraverso la Parola di Cristo (Gv. 6:63); e per confessare Gesù Cristo (Gv. 4:1-3).

Il Pentecostalismo non ha nulla da contribuire alle chiese della Riforma. I credenti riformati non hanno nulla da apprendere da esso. La fede riformata non ha nulla che il Pentecostalismo possa offrirgli. Nella circolazione sanguigna di una Chiesa riformata, esso è un elemento estraneo. Se vi rimane senza esservi da esso depurato, esso si rivelerà la morte di quel corpo, come corpo riformato.

Fa male vedere letteratura pentecostale nelle case di credenti riformati, come letteratura edificante – Watchman Nee, David Wilkerson, John Osteen, Arthur Wallis, la Voce degli uomini d’affari del pieno vangelo, ed altri. Anche se questo materiale possa essere non pentecostale, anche la lettura (e l’ascolto) di certi credenti che si professano riformati deve essere sospetta. Il pedaggio che essi devono pagare per nutrire la loro vita cristiana è la letteratura popolare di origine fondamentalista che, nella migliore delle ipotesi è priva di pensiero genuinamente riformato e, nella peggiore, insidia tutto ciò che è caro al credente riformato, inculcando una concezione superficiale e falsa della vita e dell’esperienza cristiana. Dove, per esempio, in quelle opere superficiali che pure vorrebbero farci vivere una vita cristiana più alta, ricca, piena e profonda, con le loro attraenti copertine multicolori che abbondano nella tipica libreria cristiana, trovereste mai "Da luoghi profondi io grido a te, o Eterno” del Salmo 130, che spinge il credente non ad esaltarsi ma ad umiliarsi, profondamente rattristato per il proprio peccato? Cercano una “vita abbondante” spesso il cui stesso battito del cuore non è il perdono dei peccati nella redenzione della croce di Cristo. La vita cristiana a cui chiamano molti di quei libri non è quasi mai una vita impostata al timore dell’Eterno, il Giudice santo e di grazia del peccatore perdonato (Sl. 130:4). Ci dicono però “come essere felici”. Non ci prospettano spesso neanche una vita cristiana fatta di ubbidienza a caro prezzo ai Dieci Comandamenti della Legge di Dio. Ci prospettano una vita cristiana più alta, più piena, più ricca e più profonda indipendentemente dalla croce di Cristo e da tutte le sue implicazioni sulla vita del credente. Troppo facile!

Può anche essere, però, che parte della colpa per queste cattive letture sia da addebitare ai predicatori, anziani, genitori, ed insegnanti cristiani. Non dovrebbero raccomandare maggiormente la lettura di buone e solide opere devozionali, sermoni e commentari di Lutero, Calvino e di altri riformatori ed autori presbiteriani e riformati?

Forse noi non produciamo abbastanza libri ed articoli che rendano giustizia agli aspetti pratici ed esperienziali della fede riformata – la sua pietà vitale ed unica nel suo genere. Forse la nostra predicazione tratta con indifferenza questi aspetti dell’Evangelo. Poi, magari, noi difendiamo l’ortodossia, senza applicarla. Oppure, come reazione all’esperienzialismo, noi ignoriamo l’esperienza; in reazione al soggettivismo, noi non osiamo essere soggettivi; in reazione al clamore per il pratico che disprezza la dottrina, noi manchiamo di parlare di cose pratiche che diventano sana dottrina[2]. In questo caso siamo davvero di fronte ad una carenza, non della fede riformata, ma nel modo in cui la insegniamo, e non c0è da sorprendersi, poi, che i santi cerchino di soddisfare la loro fame e la loro sete altrove[3].

Il fatto che il Pentecostalismo non abbia nulla da contribuire al credente riformato, non significa però che Dio non possa avvalersi di questo movimento per insegnare qualcosa al Suo popolo. Dio ha sempre usato le eresie per far ritornare la Sua Chiesa alla Parola, affinché la sua conoscenza della verità possa aumentare, come pure essere rinnovata la fedeltà della sua vita. Dio usa il Pentecostalismo per farci ritornare alle Scritture, per cercare in esse l’insegnamento al riguardo della vita cristiana.

L’attrazione maggiore che esercita il Pentecostalismo sta nella sua critica della vita cristiana e la sua promessa di una vita cristiana più alta e più ricca. Il Pentecostalismo trova il suo terreno migliore là dove vi è lassismo, infedeltà, mondanità e disubbidienza. Faremmo bene a confessarlo.  Dio manda la sferza del Pentecostalismo per qualche motivo. Molti hanno perduto il loro primo amore. L’amore per il prossimo si raffredda. Abbonda l’iniquità. Per molti il culto è solo una formalità priva di vita e la confessione della verità una tradizione morta. La vita cristiana diventa così un rituale esteriore  e l’esperienza della pace e della gioia prodotta dalla salvezza, qualcosa di inesistente. Il misticismo sorge sempre nello sfondo di un declino della vita spirituale della Chiesa, specialmente un declino in un’ortodossia morta e di una mondanità vivente. In queste circostanze il Pentecostalismo seduce la gente con l’esca di una vera vita, di una potenza dinamica e di meravigliosi sentimenti.

Di fronte alla critica che il Pentecostalismo fa della vita, sia del credente riformato fedele, che non ha ricevuto il battesimo dello Spirito, sia del membro di chiesa lassista ed infedele, e di fronte alla sua promessa di trasportare il cristiano ad un livello di vita spirituale ed esperienza più alta, siamo costretti a chiederci: “Che cos’è la vita e l’esperienza cristiana autentica? Qual’è la vita cristiana normale?”.

Per rispondere a questa domanda, noi non prestiamo attenzione alle pretese della gente religiosa. La norma della vita e dell’esperienza cristiana non si trova nell’esperienza del nostro vicino che avrebbe avuto meravigliose esperienze estatiche, ma nelle Sacre Scritture. In queste questioni sia Dio ritenuto verace ed ogni uomo un bugiardo. Il mancare di lasciare le Sacre Scritture, l’affidabile Parola di Dio, essere il modello ultimo di vita cristiana, e la dipendenza dalle parole umane del tutto inaffidabili, è causa di innumerevoli dubbi, sia su ciò che si dovrebbe essere spiritualmente, e persino se uno sia davvero un figliolo di Dio rigenerato. E’ questo che dà al Pentecostalismo le aperture che gli sono necessarie per insinuarsi in noi e fra di noi. La conoscenza della vita cristiana ha, di fatto, un’unica regola: “Consultate i medium e i maghi, che sussurrano e bisbigliano», rispondete: «Non deve un popolo consultare il suo DIO? Deve forse rivolgersi ai morti per conto dei vivi?». Attenetevi alla legge e alla testimonianza! Se un popolo non parla in questo modo, è perché in esso non c'è luce” (Is. 8:19,20).

Secondo la Scrittura, la vita cristiana è una vita che trova la sua pienezza in Gesù Cristo, tanto quanto è rivelato nella Parola. Essa non andrà mai oltre a Cristo, non avrà nulla a parte di Cristo – non la circoncisione, non nuove rivelazioni, non una conoscenza più elevata, né un qualche spirito. La ragione di questo è che un cristiano conosce, ed ha trovato per esperienza, che Cristo è un salvatore del tutto completo. “poiché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità. E voi avete ricevuto la pienezza in lui, essendo egli il capo di ogni principato e potestà” (Cl. 2:9,10). Certamente, la vita cristiana è una vita di crescita, ma questa crescita è crescere in Cristo, non crescere oltre Cristo: “...affinché non siamo più bambini sballottati e trasportati da ogni vento di dottrina, per la frode degli uomini, per la loro astuzia, mediante gli inganni dell'errore, ma dicendo la verità con amore, cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo (Ef. 4:14,15). Questa crescita è esattamente come la crescita verso la maturità fisica è qualcosa di graduale, uno sviluppo spesso impercettibile, non una trasformazione istantanea dall’oggi al domani. E’ un processo che dura una vita e che avviene attraverso la Parola e la preghiera.

Questo Cristo sufficiente, con tutti i Suoi adeguati benefici, è la vita del credente mediante lo Spirito Santo che dimora in lui. Il credente esultante dice: “Io sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me; e quella vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Ga. 2:20). La preghiera fervente dell’Apostolo per tutti i membri della Chiesa di Dio è questa: “...ché Cristo abiti nei vostri cuori per mezzo della fede” (Ef. 3:17). Questo avviene in ciascuno di noi quando veniamo: “fortificati con potenza per mezzo del suo Spirito nell'uomo interiore” (Ef. 3:16).

La vita cristiana è una vita fatta del camminare nello Spirito di Cristo, che noi tutti abbiamo ricevuto quando siamo nati di nuovo. Il credente non cerca, persegue, o attende un secondo battesimo; al contrario, egli cerca di vivere, giorno per giorno nello Spirito per tutta la sua vita. Queste sono le istruzioni al riguardo della vita cristiana in Galati 5. In Galazia c’erano problemi al riguardo della vita cristiana, problemi seri. Vi erano dispute violente: “...Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà; soltanto non usate questa libertà per dare un'occasione alla carne ma servite gli uni gli altri per mezzo dell'amore. Tutta la legge infatti si adempie in questa unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». Che se vi mordete e vi divorate a vicenda, guardate che non siate consumati gli uni dagli altri” (Ga. 5:13-15). Vi erano le tentazioni della carne: “Ora le opere della carne sono manifeste e sono: adulterio, fornicazione impurità, dissolutezza, idolatria, magia, inimicizie, contese, gelosie, ire, risse, divisioni, sette, invidie, omicidi, ubriachezze, ghiottonerie e cose simili a queste, circa le quali vi prevengo, come vi ho già detto prima, che coloro che fanno tali cose non erediteranno il regno di Dio” (Ga. 5:19-21). Vi erano evidenze di vanagloria, di provocazioni e di invidia (26). Questi problemi caratterizzavano persone sia pure battezzate (Ga. 3:27) e che avevano ricevuto lo Spirito Santo (Ga. 3:2). La risposta a tutto questo, però, non era un secondo battesimo, od una differente amministrazione dello Spirito. Al contrario, essi dovevano camminare in quello Spirito Santo che avevano ricevuto:  “Or io dico: Camminate secondo lo Spirito e non adempirete i desideri della carne” (Ga. 5:16), “Se viviamo per lo Spirito, camminiamo altresì per lo Spirito” (Ga. 5:25).

La vita cristiana, essa è rappresentata proprio così, è attiva. L’attività della vita cristiana è, in primo luogo una lotta, una battaglia, un combattimento spietato e senza tregua. Il terreno di battaglia siamo noi stessi. Il nemico è il peccato. Il Pentecostalismo non sa nulla di questa battaglia; il pentecostale ha già vinto la sua vittoria, così dice, nel battesimo di Spirito Santo. Nel Pentecostalismo voi non solo non udrete parlare quasi mai delle quotidiane lotte del santo contro il peccato che pure dimora in lui. Difatti, non è nemmeno insolito udire il predicatore pentecostale mettere in ridicolo coloro che sempre gemono sui loro peccati, coloro la cui testimonianza è: “O miserabile uomo che sono! Chi mi libererà da questo corpo di morte?” (Ro. 7:24). Non c’è nulla che più chiaramente di questo denunci il Pentecostalismo come una religione totalmente estranea alla fede riformata. Un pentecostale riformato, è una totale impossibilità, una contraddizione in termini. Un Pentecostale non potrà mai confessare la prima parte del Catechismo di Heidelberg. Nella migliore delle ipotesi egli potrà solo dire di aver conosciuto la miseria del peccato, sia la colpevolezza che la depravazione. Ignorante della sua miseria, egli non potrà neppure conoscere una reale redenzione o quella vivente gratitudine che sorge ogni giorno da un cuore perdonato.

La Scrittura, però, presenta la vita cristiana come una lotta contro il peccato che dimora in noi. Questo è l’insegnamento di Galati 5:17: “la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; e queste cose sono opposte l'una all'altra, cosicché voi non fate quel che vorreste”.

Questa è la potente dottrina di Romani 7. L’uomo cristiano è carnale, venduto al peccato. Paolo stesso, uomo di Dio ed apostolo di Cristo, riconosceva essere carnale, venduto al peccato. Egli si era ritrovato proprio così al termine stesso della sua vita, dopo essere stato santificato dallo Spirito e dopo che la sua santificazione aveva ormai fatto grandi passi in avanti (v. 14). Paolo era carnale, non perché non fosse rigenerato, non perché Cristo non lo avesse battezzato con lo Spirito Santo e col fuoco, non perché il peccato regnasse nella sua vita, non perché Paolo fosse un cristiano negligente, ma perché benché egli fosse nato di nuovo, il male era ancora presente in lui – egli continuava ad avere in sé una carne peccaminosa e totalmente depravata (v. 21). Come uomo nuovo in Cristo e, come possiamo sicuramente supporre, uno dei più santi fra i santi, egli si rallegrava della legge di Dio nel suo uomo interiore (v. 22); odiava il peccato (v. 15); e possedeva la volontà di fare il bene (v. 18). Tale però era la potenza del peccato in lui, per tutta la sua vita che: “il bene che io voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio” (Ro. 7:19). L’apostolo, quindi, ed ogni cristiano, conosce la sua miseria. Egli lo esprime nel grido angoscioso: “O miserabile uomo che sono! Chi mi libererà da questo corpo di morte?” (Ro. 7:24) – l’eco neotestamentario del “De profundis” del Salmo 130. Eppure, né egli rinuncia alla battaglia spirituale; Né mai egli è privo della consolazione del Salvatore, Gesù Cristo, il suo Signore. Il v. 23 insiste su questa lotta: “vedo un'altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e che mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra” ed i vv. 24 e 25 sul conforto di Cristo: “O miserabile uomo che sono! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Io rendo grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore”.

Non solo è questa lotta contro il peccato l’attività della vita cristiana per quanto riguarda la sua vita personale, ma è pure l’attività della vita cristiana nella famiglia e nella comunità di fede.

Si tratta di una lotta dolorosa ed amara.

E’ per questa ragione che il cristiano può essere allettato dalla dolce promessa che improvvisamente in questa vita questa lotta termini. Anche un pastore può essere tentato allo stesso modo da tale promessa per la sua comunità. Con lo scudo delle Scritture, però, egli può, e deve, resistere alla tentazione.

Trovi in te stesso questa dura lotta contro il peccato? Allora non disperare! Non pensare di non essere in condizione di salvezza o che tu non sia salvato a sufficienza! Questa è la vita cristiana normale!

Il risultato è che noi aneliamo ardentemente, ed aspettiamo, non una seconda opera di grazia, ma la seconda venuta di Gesù Cristo: “Vieni, Signore Gesù, vieni presto!”. Noi speriamo con grande senso di aspettativa, non un battesimo con lo Spirito, ma la risurrezione dei nostri corpi: “...anche noi stessi, che abbiamo le primizie dello Spirito noi stessi, dico, soffriamo in noi stessi, aspettando intensamente l'adozione, la redenzione del nostro corpo” (Ro. 8:23).

In secondo luogo, attività della vita cristiana è compiere buone opere. Non si tratta della produzione di opere spettacolari e realizzazioni clamorose, come i carismatici vorrebbero che noi credessimo. Al contrario, è fare opere non sempre evidenti all’esterno ed apparentemente insignificanti – opere che agli occhi del mondo “non fanno notizia”. E’ l’attività della santificazione della vita, il frutto autentico dello Spirito: “Ora le opere della carne sono manifeste e sono: adulterio, fornicazione impurità, dissolutezza, idolatria, magia, inimicizie, contese, gelosie, ire, risse, divisioni, sette, invidie, omicidi, ubriachezze, ghiottonerie e cose simili a queste, circa le quali vi prevengo, come vi ho già detto prima, che coloro che fanno tali cose non erediteranno il regno di Dio, Ma il frutto dello Spirito è: amore gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà, fede, mansuetudine, autocontrollo. Contro tali cose non vi è legge” (Ga. 5:19-23).

E’ l’attività non appariscente dell’osservanza della legge di Dio: un culto corretto di Dio; confessare la verità; santificare il giorno del riposo; ubbidire ai genitori; la fedeltà nel matrimonio; la castità nella propria vita; l’educare i figli nel timore del Signore; il lavoro diligente nella propria vocazione; il pagamento debito delle imposte a Cesare; il parlare bene del prossimo, specialmente del fratello e della sorella della comunità cristiana; l’essere soddisfatti di quello che si ha, senza concupire, ecc.

In breve, l’attività della vita cristiana è l’amore – l’amore verso Dio e l’amore verso il nostro prossimo.

Quando fai questo, non far suonare la tromba, affinché tutti vedano quanto tu sei religioso: fallo segretamente, affinché solo Dio ti veda e te ne dia ricompensa.

Tutto questo è possibile mediante la potenza dello Spirito Santo che opera in noi. Eppure, anche nelle migliori condizioni, il peccato contaminerà sempre anche la migliore fra le opere nostre, tanto che si potrà sempre parlare solo di un piccolo inizio di ubbidienza e di un bisogno costante di perdono.

La vita cristiana non è forse pure fatta di esperienze da vivere?

Se per esperienza si intende un’alternativa alla vita di fede, o qualcosa da aggiungere alla fede, bisogna rinunciare a queste “esperienze”, ramo e radice. Gesù Cristo non ci chiama a “fare esperienze” o a “avere sensazioni”, ma a credere. La via della salvezza è la fede, non il “sentire”: noi siamo salvati per grazia, non per esperienza; noi siamo salvati per fede, non per fede più l’esperienza.

Ciononostante la fede ha pure un’esperienza. E’ una triplice esperienza: il figliolo di Dio conosce la grandezza del suo peccato e la sua miseria, poi la redenzione che egli ha in Cristo, e poi la riconoscenza per l’avvenuta redenzione.

Hai mai avuto questa esperienza? Allora, tu hai avuto l’esperienza cristiana normale. Questo è tutto ciò che devi avere. Chiunque concupisce ad avere di più, è solo un ingrato ed è un’offesa per Dio stesso. Egli solo dice a Dio, che Gli dà conoscenza di Sé stesso nel Suo proprio Figlio (Gv. 17:3): “Solo questo? Non c’è dell’altro, qualcosa di meglio?”

Per dirla diversamente, attraverso la fede lo Spirito Santo dona la pace e la gioia che procede dalla giustificazione. “Giustificati dunque per fede abbiamo pace presso Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, per mezzo del quale abbiamo anche avuto, mediante la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo saldi e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio” (Ro. 5:1,2).

Dato che questa è la vita cristiana, il credente riformato rende una confessione che è radicalmente differente da quella del pentecostale. Il pentecostale si vanta sempre della sua grande potenza e sempre si rallegra delle meravigliose sue realizzazioni. Il santo riformato umilmente confessa: “Perciò molto volentieri mi glorierò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. Perciò io mi diletto nelle debolezze, nelle ingiurie, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle avversità per amore di Cristo, perché quando io sono debole, allora sono forte” 2 Co. 12:9,10).

Egli non si glorierà in sé stesso. Fare questo, per lui, sarà cosa abominevole, una bestemmia. Dal profondo del suo cuore spezzato dal peccato ma giustificato, uscirà la confessione: “...quanto a me, non avvenga mai che io mi vanti all'infuori della croce del Signor nostro Gesù Cristo, per la quale il mondo è crocifisso a me e io al mondo” (Ga. 65:14).

Questo è il tubare della Colomba.

(fine documento)



[1] In “Confessioni di fede delle chiese cristiane”, a cura di Romeo Fabbri, Bologna, Dehoniane, 1996, p.  1371-1505.

[2] “Ma tu parla di cose che siano conformi alla sana dottrina” (Tt. 2:1).

[3] Il diavolo cerca di profittare sempre molto delle nostre carenze, subentrando al posto nostro ed offrendo ...i suoi prodotti velenosi.