Cristo, pioggia di sangue«La passione di Cristo» di Mel Gibson. Un film reliquia. Le 14 stazioni della tortura, morte e resurrezione, in chiave merchandising. Al di là delle fedi religiose l'opera madre di tutti gli orrori. Dal 7 aprile
ROBERTO SILVESTRI
Uscirà il 7 aprile, il giorno giusto, in Italia, per ciò che riguarda complotti e crocifissioni di innocenti un sedicente film di propaganda sacra, ma a strane striature horror, La Passione di Cristo. È la terza regia - la più ripetitiva, gore e splatter, di Mel Gibson, giunto in Basilicata, tra i sassi di Matera, con la sua Icon Production. L'anti-Vangelo secondo Matteo di Pasolini, si è detto, nonostante un identico set. Quello era dedicato al papa buono, e ne diffondeva criticamente lo spirito rivoluzionario e il pathos autocritico. Bianco e nero, vera vertigine. Questo «calvario rosso shocking e troppo in ralentì», coi dialoghi in aramaico e latino (l'incubo del ginnasiale) sembra invece più un Mad Max (l'ingresso in uno spazio-tempo da incubo intollerabile) o un esperimento di «body art» a cura di due allievi di Rick Backer, Keith Vanderlaan e Greg Cannom (effettisti speciali e addetti ai trucchi di Hannibal, ma qui alludono a chi turba le viscere di Zeffirelli e Formigoni, l'australiano Stelarc e Otto Muhl). Si trema in realtà, più quando affonda Satana (è donna, è Rosalinda Celentano, quasi in prestito da un Bergman) o quando Giuda è perseguitato dai sensi di colpa e da «mostri alla Signore degli anelli» che quando, messo in moto il meccanismo della tortura cinese da Caifa l'invidioso sacerdote, il Salvatore comincia a zampillar sangue come in un Masolino da Panicale o in un poliziottesco di William Lustig (Maniac Cop). Ma resta, esplicito, soprattutto nei dialoghi, nei profili dei nasi adunchi (tipica icona, ma anche anti-araba) e nel ghigno da ultrà dei centurioni, l'omaggio ai tradizionalisti, ai nemici autocrati di Roncalli, il bergamasco che iniziò a sbriciolare il cattolicesimo romano (in Usa oggi semi-estinto, dopo lo scandalo dei vescovi pedofili, che, se continuavano a dir messa in latino, magari non li denunciavano...). Infatti si cerca di azzerare tutto, di ricominciare daccapo e di trovare - troppo indietro, in una religiosità di tipo primaria e medievale - un comune terreno emozionale per metodisti, presbiteriani, battisti, pentecostali, cattolici generici di destra e sinistra (Woytila ha le ore contate), adepti delle chiese elettroniche e perfino ebrei che, da un secolo, i protestanti cercano di evangelizzare e convincere che furono male informati ma fanno parte di una casa comune...Film anti-semita o piuttosto sulla dolorosa«questione palestinese»? Infatti. Suggestione primaria prescelta, il linciaggio. L'estrema violenza. Il sadismo esercitato senza motivo contro un innocente, e davvero speciale. Quasi un tg di questi giorni. Trenta frustate semplici e trenta rafforzate. Una dopo l'altra. Di schiena e di petto. Corona di spine, tutto il Golgota sotto il peso della croce «minuto per minuto», i tre chiodi (da oggi in merchandising), pugni sempre, lancia nel costato, acqua e fiele, il Cristo sbattuto con la sua croce prima bocconi e poi supino, come fosse una trovata di wrestling, e Sergio Rubini, ladrone pentito, ammirato come un fan dalla capacità di incassatore di chi è inchiodato alla sua destra...Se non sembra la Palestina oggi... Una lunga estenuante tortura, cui non siamo abituati (a meno di non essere sequestrati da qualunque poliziotto al mondo che cerchi di farci spifferare tutto e che se esagera dirà che vi siete suicidato). Secondo alcuni critici (Newsweek) Gibson «va troppo in là», come se il regista volesse punire la platea di tutti i suoi peccati. Con tipica veemenza da «re-born», da rinato alla fede come G.W. Bush. Con la stesso fanatismo da contrapporre ai nemici di oggi della cristianità. Magari all'islam radicale che ci sfida sul terreno della sofferenza, dell'offerta del proprio corpo, della nobiltà kamikaze. Così autarchica e ombelicale, però. Non «aperta al diverso». La misericordia verso il peccatore e la peccatrice (rei di appropriazione indebita di petrolio, di mezzi di comunicazione, o dei corpi e dei volti delle donne) manca ai «signori della guerra» di oggi. Di qualunque fronte siano (Gibson fu portato via dal papà fanatico, da piccolo, dagli Usa in Australia, per non sparare ai vietcong. Questo è un fatto poco fanatico). Il film, però, visualmente sofisticato (alla macchina da presa c'è il regista Caled Deschanel, capace di separare i toni argentei e mistici del Getsemani da quelli aurei e terragni dei sacerdoti del Tempio), e di virtuosismo nel make-up, sembra confuso moralmente. Non riusciamo a capire, per esempio, la polemica contro il comandamento - inteso alla Vecchio Testamento - «ama il prossimo tuo come te stesso». Cristo commenta: «troppo facile». Dobbiamo allora amare di più e perdonare i nostri nemici o coloro che ci seviziano e uccidono faccia a faccia? Come Bin Laden o Sharon? Oppure i nostri amici occidentali (i consanguinei, quelli della stessa comunità, che fanno il nostro stesso lavoro, tutti potenziali traditori, addirittura l'apostolo Pietro), insomma Bush e Blair? Chi si deve amare e perdonare di più: i ferocissimi romani che occupano la Palestina e hanno la colpa maggiore dell'assassinio del Messia (gli Usa) o i subdoli rabbini del Tempio (cioé i pacifisti infidi o sciti e sunniti ribelli dell'Iraq) come sembra indicarci Jim Caviezel (questo Gesù)? Il film non è certo per esperti in testi biblici. A Pasqua, una volta, dall'era del muto in poi, si andava sempre a vedere filmine e film autorizzati sulla passione, la morte e la resurrezione di nostro signore. È un genere cinematografico euro-americano obbligatorio, che ogni chierichetto ricorda come un'esperienza non particolarmente spirituale e il resto del pubblico come l'unica esperienza cinematografica consentita nella vita (anche i cattolici hanno elaborato forme integraliste di iconoclastia, Scorsese e Godard ne sanno qualcosa). Renderla adatta al pubblico distratto, opportunista e pauroso di oggi è stata la missione di Gibson. Se la stragrande maggioranza degli esperti in teologia istituzionalecristiana approvano la correttezza filologica del film, e non solo i cattolici tradizionalisti e anticonciliari come Gibson, ma anche i protestanti gli ortodossi russi e greci e il Vaticano, la cosa ci stupisce. Il corpo di Cristo trasformato in «tappetino arabesque» di sangue, in corpo intagliato come nel legno, in sacra sindone animata, questa presenza fantasmatica quasi «marionettesca» sembra una eresia visuale forte. Come dire: questa rappresentazione di dio è per tutti. L'opera sembra creata da Cinecittà di tre decenni fa, quando reinventò senza accorgene, attraverso l'horror, il «peplum», la commedia sadica e il western matriciano, il cinema viscerale contemporaneo. Il segreto era «passione e rischio». Mel Gibson l'ha capito e pensa a Bava (e Abel Ferrara, qui, farà presto una Maddalena). Pellicola controversa e «indipendente» Passion, costato 30 milioni di dollari, ha incassato 15 volte quella cifra solo negli Usa perché 100 dei suoi 126 minuti sono pura tortura. Exploitation? O, come Pinocchio, vuol far andare al cinema chi al cinema non va mai. È pro guerra-santa o contro le guerre sante? La musica «arabesque» iniziale che si trasforma via via in minaccioso coro di guerra alla Orff resta il solo segnale inconsciosinistro. |
“La Passione di Cristo”: Il palese inganno di Mel Gibson - Cattolicesimo romano - Tempo di Riforma, a cura del past. Paolo Castellina