I Salmi della Riforma

Presentazione, di Paolo Ricca

Non è la prima volta che il Salterio di Ginevra, più conosciuto come Salterio ugonotto - gioiello della fede e della pietà riformata del XVI se­colo - è tradotto in italiano, ma è come se lo fosse. Le versioni ita­liane del XVI, XVII e XVIII secolo sono tutte, ovviamente, fuori com­mercio, introvabili se non in alcune biblioteche (per lo più estere) e co­munque, così come sono, liturgicamente inutilizzabili. Si tratta d’edi­zioni parziali o integrali stampate a Ginevra, o a Zurigo, o nei Grigioni, destinate alle chiese di italiani esuli in Svizzera oppure di evangelici sviz­zeri di lingua italiana. In Italia soltanto la chiesa valdese ha adoperato il Salterio come le altre chiese riformate d’Europa, fino a quando nel se­colo scorso è stato affiancato e poi sostituito dalla ricca innologia pro­dotta dal Risveglio, così diversa da quella della Riforma.

In realtà, il Salterio ugonotto sembrava destinato a entrare nel museo dell’innologia protestante, senza più uscirne. È quanto lascia intuire un testimone della seconda metà del secolo scorso: «La maggior parte dei nostri vecchi Salmi sono già caduti in oblio; alcuni soltanto, sempre me­no apprezzati dalle nuove generazioni, continuano a sussistere, protetti dalla vicinanza di cantici più moderni e conservati da un pio rispetto, co­me un pezzo arrugginito dell’armatura dei nostri antenati». Smentendo questi pronostici infausti, la nostra generazione ha assistito a una specie di risurrezione del Salterio ugonotto, a riprova del fatto che esso non è un articolo da museo.

Con i dovuti - e indispensabili - adattamenti linguistici è di nuovo disponibile in diverse lingue, ora anche in italiano, grazie all’iniziativa, alla competenza, alla passione e alle fatiche di Emanuele Fiume. Anche se non è - l’abbiamo detto - la prima versione italiana, è come se lo fos­se. Per questo è un fatto importante sia perché arricchisce con un «clas­sico» la cultura religiosa e musicale del nostro paese, sia perché incre­menta, con musiche antiche ma non superate e con testi che sono para­frasi dei Salmi biblici, il patrimonio innologico delle chiese. Di quali? Di quelle evangeliche anzitutto, che si richiamano alla Riforma e so­prattutto alla Bibbia; ma anche - lo speriamo - di quelle cattoliche, nelle quali il canto comunitario si sta profondamente rinnovando e sta feli­cemente crescendo la conoscenza, l’amore e l’uso della Bibbia nella pro­duzione di inni.

I Salmi appartengono, com’è ovvio, a Israele. La chie­sa però fin dagli inizi li ha adottati come parte integrante del suo culto e della sua lode, e li ha cantati con Israele si può dire ininterrottamente fi­no ai nostri giorni. Essi costituiscono il modello del canto della chiesa di tutti i tempi. Cantare i Salmi significa immettersi nel gran solco del­la lode biblica di Dio, tracciato attraverso i secoli dalla comunità ebrai­ca e da quella cristiana, in tutte le sue espressioni e articolazioni.

Tutte le chiese, senza eccezioni, hanno cantato e cantano i Salmi. In questo senso il Salterio può e dev’essere considerato l’innario ecumenico per eccellenza. Il Salterio ugonotto, creato nel XVI secolo, è un documento e un monumento della pietà cristiana, così come s’è espressa in quel tem­po nell’ambito delle chiese riformate, nel quadro del culto comunitario. E il canto di una confessione, ma la sua qualità è tale da poter essere con­diviso da tutte le confessioni. È il canto di una chiesa, ma i Salmi sono il canto di tutte le chiese. Le melodie sono datate, ma si adattano perfet­tamente, oggi non meno di ieri, al canto dell’assemblea cultuale. Insomma: come tutti i «classici», anche il Salterio ugonotto ha vinto la prova del tempo. Esso si ripropone a noi nella freschezza e novità perenne di una parola che, cantata o no, «non passa» (Marco 13,31), perché è parola bi­blica, parola di Dio.

La Riforma protestante, che fu una riforma generale della chiesa in tutti gli aspetti della sua vita e della sua missione, è (relativamente) co­nosciuta per i suoi contenuti teologici anzitutto (lo sforzo dei riformato­ri di restituire alle dottrine cristiane quella sostanza biblica che nel vol­ger dei secoli s’era alquanto assottigliata fino a volatilizzarsi quasi del tutto), per i suoi esiti morali in secondo luogo (la riforma della vita, che tanto stava a cuore in special modo a Bucero e Calvino, nei termini di una santificazione completa dell’esistenza liberata dal peso e dai lacci del peccato grazie al perdono gratuito del peccatore e alla sua giustifi­cazione per grazia mediante la fede), e infine per le sue implicazioni ec­clesiali (la destrutturazione e ristrutturazione dell’assetto ministeriale e la rifondazione della teologia dei ministeri alla luce del sacerdozio uni­versale dei credenti, tanto che il profilo stesso della chiesa ne risultò ri­disegnato). È invece meno conosciuta, anche se non è stata meno radi­cale, la riforma liturgica attuata dal protestantesimo: un ripensamento a fondo della natura, del significato e delle forme del culto cristiano, del­la sua articolazione, del ruolo della predicazione, del valore dei sacra­menti e del loro buon uso, dei modelli di pietà personale e collettiva.

Nel quadro della sua riforma liturgica il protestantesimo ha operato un rinnovamento profondo - potremmo parlare di una vera e propria ri­surrezione - del canto comunitario. I suoi strumenti principali sono sta­ti in campo luterano il Corale, in campo riformato il Salmo, messo in versi per facilitarne la memorizzazione, e messo in musica per consen­tirne il canto collettivo. Il Salterio ugonotto è L’Opus magnum dell’innologia riformata del XVI secolo. È cantando i Salmi che la comunità rifor­mata ha reimparato a cantare: dalla sua fede, nutrita di Bibbia, sgorga un canto che è anch’esso una pagina biblica. La Bibbia è l’alfa e l’omega del canto riformato. Nella comunità riformata, la Bibbia diventa canto, il canto è Bibbia cantata. Come in antico e attraverso i secoli e le mille vicissitudini della sua storia travagliata e vincente la comunità ebraica ha dato voce nei Salmi al suo lamento ma soprattutto ha cantato la sua fede, ha narrato in tanti modi diversi la sua molteplice afflizione ma ha anche scolpito le parole della sua speranza, ha pianto amaramente sui suoi peccati ma ha anche gridato la certezza gioiosa della sua redenzio­ne, così ha fatto, in circostanze storiche diversissime e ad un tempo stra­namente analoghe, la comunità riformata. E non è certo una circostanza trascurabile il fatto che il Salterio sia già diventato e possa sempre di nuovo diventare canto della fede sia per la comunità ebraica sia per quel­la cristiana. È un vincolo profondo tra chiesa e Israele, che potrebbe e dovrebbe essere maggiormente valorizzato.

Tutti i grandi riformatori del XVI secolo si sono applicati, senza ri­sparmiare tempo ed energie, alla riforma del culto, nel contesto più am­pio della riforma della chiesa. Non c’è infatti una senza l’altra: la rifor­ma della chiesa comporta la riforma del culto, e la riforma del culto do­cumenta la riforma della chiesa. In questo quadro, tutti i riformatori - con un’unica, parziale eccezione[1] - si sono occupati di liturgia, musica e innologia, dedicando attenzioni e cure specialmente al rinnovamento del canto comunitario.

È nota la passione di Lutero per la musica, ch’egli considerava «do­no divino ed eccelso», come dice all’inizio dell’elogio che ne ha tessu­to in un breve ma denso scritto in latino del 1538[2]. Lutero sa che una lo­de della musica degna del suo oggetto non può consistere in parole, che anzi devono ammutolire proprio là dove la musica, il cui linguaggio tra­scende quello verbale, continua a «parlare», riuscendo a dar voce all’i­neffabile, che le parole non possono esprimere. Il compito di lodare la musica pare a Lutero talmente elevato che, di fronte ad esse, egli si sen­te «sprovveduto e impotente»[3], cioè del tutto inadeguato, anche se - fat­to degno di nota - Lutero non sembra aver condiviso i turbamenti inte­riori del suo maestro Agostino il quale, davanti alla musica e al canto, dice: «Oscillo tra il rischio del piacere e l’esperienza del bene che fa». Da un lato, infatti, Agostino ricorda «le lacrime che mi fece versare il can­to dei fedeli ai primordi della mia fede ritrovata» e «l’emozione che non il canto ma le cose cantate» gli procuravano, e quindi approva «la consuetudine del canto tra i fedeli, perché anche un cuore un po’ incerto tro­vi in questa carezza per l’udito un incentivo a sollevarsi più in alto nel­la devozione»; dall’altro però egli avverte la dolce seduzione di un go­dimento puramente estetico, e lo considera un peccato: «Se mi accade di sentirmi colpito più dal canto che da ciò che si canta, confesso il mio peccato e la pena da pagare, e allora preferirei non udire colui che can­ta»[4]. A differenza di Agostino, Lutero non vede nella musica o nel can­to una possibile tentazione. Al contrario, la considera un dono di Dio del quale possiamo e dobbiamo gioire, liberamente e serenamente.

Fin dall’inizio del mondo, osserva Lutero (che in parte riprende pen­sieri di altri e in parte ne formula di propri), la musica è come l’anima segreta di ogni cosa dell’intero creato, dato che in esso «non c’è nulla senza suono e ritmo»[5]. Ma rispetto al suono delle cose inanimate, la voce umana è espressione musicale per eccellenza e costituisce un miste­ro che nessuna scienza e nessuna filosofia riescono a spiegare. La voce umana con le sue mille modulazioni e capacità espressive e la sua pro­digiosa forza di comunicazione è «l’opera d’arte» nella quale più e me­glio che in ogni altra appare l’eccezionale generosità e sapienza del Creatore. La musica è, per tanti versi, come la voce umana, ma la sua forza è ancora più grande, rassomiglia a quella della parola di Dio, dato che governa e guida i sentimenti umani, consola gli afflitti, conforta i di­sperati, umilia i superbi, calma gli entusiasti. Lo stesso Spirito santo ono­ra la musica servendosene, come ha sperimentato il profeta Eliseo (II Re 3,15), mentre la storia di Saul dimostra che la musica riesce a cacciare il diavolo e i cattivi pensieri (I Samuele 16,23). Non stupisce quindi che teologi e profeti abbiano pensato che «nulla è più strettamente collega­to alla parola di Dio di quanto lo sia la musica»[6]. La facoltà stessa che l’essere umano ha di cantare dimostra che «egli deve lodare Dio con la parola e con la musica»[7]. Quando poi si considera come, nel canto po­lifonico, diverse note si dispongano lietamente intorno alla melodia prin­cipale «svolgendovi per così dire una danza divina accompagnata dal co­ro»[8] Ivi, pp. 118-120, allora si capisce che in questo mondo non c’è nulla di più mirabi­le e che ciascuno deve assuefarsi a riconoscere e lodare il Creatore in questa sua creatura - la musica.

L’abbinamento musica-Parola di Dio è una costante del discorso teo­logico e liturgico di Lutero. Sono due doni di Dio che si richiamano a vicenda sia perché svolgono, in modo diversi, una funzione analoga (ele­vare l’animo umano a cominciare da quello della gioventù, disciplinare gli affetti, suscitare buoni sentimenti, orientare i pensieri e la volontà ver­so il bene e verso Dio) sia perché si assecondano a vicenda: la musica facilita l’accoglienza e la memorizzazione della Parola e, in qualche ca­so, riesce ad esprimere meglio delle parole certe esperienze della fede, ad esempio il dolore di chi si pente dei peccati commessi oppure, sul ver­sante opposto, la gioia incontenibile di chi, a Pasqua, riceve l’annuncio della vittoria di Cristo sulla morte. La Parola, a sua volta, accresce la sua eloquenza attraverso la musica e la sua grazia attraverso il canto. La mu­sica non si sostituisce alla Parola e la Parola non rende superflua la mu­sica. Nessuna teme la concorrenza dell’altra. La musica non distrae l’anima allontanandola dalla Parola di Dio, al contrario aiuta la Parola a en­trare nel cuore umano. Perciò la Parola adotta la musica come alleata e compagna e l’associa al compito centrale dell’annuncio evangelico e del­la lode di Dio. «Non sono dell’opinione che a motivo dell’Evangelo tut­te le arti debbano essere denigrate e scomparire, come alcuni falsi zela­tori asseriscono. Al contrario vedrei volentieri tutte le arti, e la musica specialmente, poste al servizio di Colui che le ha donate e create»[9].

La fede non può non cantare. Se non canta vuoi dire che non ha ca­pito l’evangelo. «Dio, infatti, ha reso lieto il nostro cuore e il nostro ani­mo tramite il suo caro Figlio, che ha dato per noi per redimerci dai pec­cati, dalla morte e dal diavolo. Chi crede sul serio queste cose non può fare altro che cantarle lietamente e con gusto, così che anche altri oda­no e si avvicinino. Chi invece non le vuole cantare e non ne vuole par­lare, è segno che non le crede...»[10]. La fede, dunque, non può non can­tare, ma non può cantare qualunque cosa. La musica la invoglia a can­tare, ma contano i contenuti del canto, non il loro rivestimento musica­le. Non basta che la musica accarezzi l’orecchio e avvinca il cuore per­ché sia espressione della fede: per esserlo è indispensabile che i suoi con­tenuti siano dettati o ispirati dalla Sacra Scrittura. Non è la musica che rende cristiano il canto ma soltanto le cose cantate, cioè l’evangelo. Lutero racconta di aver preso delle belle melodie da vari contesti liturgici tra­dizionali, di averle spogliate dei loro testi «folli e idolatrici» e di averle «rivestite con la vivente, santa Parola di Dio, per cantarla, lodarla e ono­rarla, in modo che questo bell’ornamento della musica, adoperato bene, serva al suo caro Creatore e ai suoi cristiani, affinchè Dio sia lodato e onorato, e noi siamo migliorati e fortificati nella fede mediante la sua santa Parola che penetra nel cuore con il dolce canto»[11].

La Parola di Dio, dunque, suscita tanto la fede quanto il canto del­la fede. La fede e il canto della fede sono sorelle gemelle che da un la­to nascono dall’ascolto della Parola e dall’altro la esprimono, le dan­no voce. Una delle caratteristiche della Bibbia è la grande quantità di canti che contiene, sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento. C’è però un libro della Bibbia nel quale più e meglio che in ogni altro la fede e il canto della fede si fondono una nell’altro così che diventa difficile distinguerli: è il Libro dei Salmi, che Luterò considerava il cuore dell’Antico Testamento. Questo libro ha avuto un’importanza decisi­va nella storia personale di Lutero e nella genesi della sua teologia. Ha segnato profondamente la sua vita di fede e la sua pietà, tanto che in un testo tardivo, scritto pochi mesi prima di morire, dichiara che, a suo avviso, tutti gli altri libri di preghiere dovrebbero essere vietati e tolti dalla circolazione, lasciando nelle mani dei cristiani soltanto il Salterio e il Padre nostro[12].

Ma il Salterio è ben più che un libro di preghiere. «Meriterebbe di es­sere chiamato “una piccola Bibbia”, nella quale si trova riassunto nel mo­do più bello e succinto, tutto quello che c’è nella Bibbia intera, fatto e pronto come un piacevole enchiridion o manuale. Perciò mi sembra che lo Spirito santo stesso abbia voluto farsi carico della fatica di comporre una Bibbia breve e un libro di esempi dell’intera cristianità, cioè di tutti i santi, in modo che chi non potesse leggere l’intera Bibbia, ne avesse qui quasi una summa completa, raccolta in un piccolo libretto»[13].

«Una piccola Bibbia», questo è il Salterio. Vi si troverà esposta in nu-ce l’intera rivelazione di Dio, la narrazione delle sue opere come Creatore e Liberatore dell’essere umano. Vi si troverà però anche di più, e cioè lo svelamento del cuore dell’essere umano e in particolare del credente -singolo e comunità - che riceve la parola di Dio spesso in mezzo a tri­bolazioni, conflitti e sofferenze, e combatte vittoriosamente la battaglia della fede, attraverso molte prove. Perciò «se vuoi vedere la santa chie­sa cristiana dipinta con colori intensi e vivida forma, riprodotta in una miniatura, prendi il Salterio e ponilo di fronte a te, così avrai uno spec­chio perfetto, terso e puro, che ti mostrerà che cos’è la cristianità. Anzi, lì dentro troverai anche te stesso e il vero “conosci te stesso”, insieme a Dio stesso e a tutte le creature»[14]. Quindi il Salterio rivela chi è Dio ma anche chi è l’uomo e chi è il cristiano. In questo senso, il Salterio è una vera e propria «scuola di cristianesimo», come Lutero stesso scrive in una Postilla al Libro dei Salmi stampato nel 1525: «II Salterio è una vera scuola in cui si impara, si esercita e si rafforza la fede e la buona co­scienza davanti a Dio»[15]. È una specie di palestra in cui la fede si alle­na a combattere e se necessario a soffrire: non a caso «quasi in tutti i Salmi c’è la croce». Cosicché, praticando assiduamente il Salterio, ci si esercita a fondo e con profitto in queste due cose: «la prima è come lo spirito vive, combatte, agisce e cresce nella fede, grazie alla parola e al­la verità di Dio; la seconda è come la carne muore, patisce, soccombe e viene meno. La fede penetra anche nella morte, e tuttavia vive»[16].

Alla luce di quanto precede non stupisce che Lutero, oltre a leggere, meditare e commentare il Salterio, si può dire, tutta la vita, abbia anche predicato sui Salmi innumerevoli volte, e da diversi abbia tratto dei te­sti poetici mettendoli poi in musica e chiamandoli «cantici spirituali», secondo l’espressione utilizzata dall’apostolo Paolo in Colossesi 3,16. Così abbiamo, di Lutero, i testi e le melodie dei Salmi 12, 14, 46 (il ce­lebre «Forte Rocca»), 67, 111 («da cantare - suggerisce Lutero - quan­do si riceve il sacramento», cioè quando si partecipa alla Cena del Signore), 117 («da cantare per ringraziare Dio per l’Evangelo e il regno di Cristo»), 124, 128, 130 (in due diverse versioni sia poetiche sia musicali)»[17]. Insomma, per Lutero anzitutto riforma del culto e del canto comunitario ha significato tra le altre cose il ricupero da parte dell’assemblea del can­to di numerosi Salmi nella lingua del popolo.

Eppure non è da Lutero che Calvino (1509-1564) ha imparato l’a­more per il canto dei Salmi, dal quale nacque il suo progetto - poi at­tuato - di fare del Salterio l’innario delle chiese riformate. È a Basilea nel 1535 che, probabilmente per la prima volta, il futuro riformatore di Ginevra udì per la prima volta cantare, in tedesco, i Salmi contenuti in un innario evangelico pubblicato a Strasburgo nel 1526. Tre anni più tar­di, a Strasburgo, come pastore di una comunità di evangelici francesi esuli per motivi di fede, volle introdurre il canto comunitario dei Salmi in lingua francese. Per questo utilizzò le trasposizioni poetiche di alcu­ni Salmi fatte da Clément Marot, poeta alla corte di Francesco I, e ne scrisse alcune egli stesso. Vi applicò melodie tratte dal già citato innario di Strasburgo o composte appositamente da musicisti già affermati in questo campo, cosicché già nel 1539 poté pubblicare a Strasburgo il pri­mo innario ecclesiastico in francese (dal titolo Alcuni Salmi e inni mes­si in canto), con 13 Salmi di Marot, 6 di Calvino e altri tre (uno sui 10 Comandamenti, uno sul Cantico di Simeone e uno sul Credo), anch’es­si presumibilmente di Calvino. In tutto 22 inni, che costituiscono l’em­brione di quello che sarà il futuro Salterio ugonotto. Da notare che Calvino non compose alcuna melodia: il suo unico interesse verteva sulla qualità del testo. Il canto era a una sola voce e non si cantava a memoria: cia-scun fedele leggeva dall’innario che teneva in mano. L’impressione su chi ascoltava era grande. Ecco una testimonianza eloquente, resa da uno studente olandese che nel 1545 scriveva da Strasburgo a un amico: «Non potrete mai capire quanto è dolce e quanta pace scende nella coscienza quando si dimora là dove la parola di Dio è annunciata con purezza e i sacramenti sono distribuiti senza essere manipolati; così pure si sente cantare i bei Salmi e le opere stupende di Dio... All’inizio, quando sen­tivo cantare, non potevo trattenere lacrime di gioia. Non avreste udito una sola voce sovrastare e coprire le altre. Ciascuno tiene in mano un in­nario. Tutti, uomini e donne, lodano il Signore»[18].

Nel 1541 Calvino accetta di tornare a Ginevra su invito del Consiglio cittadino, a condizione di poter attuare la riforma che egli progettava. La città adottò quindi un nuovo ordinamento ecclesiastico, che compren­deva anche una riforma del culto e del canto comunitario. Il progetto di Calvino di trasformare ogni Salmo in un canto assembleare venne ri­preso e proseguito: diversi altri Salmi vennero parafrasati in francese e posti in rima da Marot e, dopo la sua morte (1544) da Teodoro di Beza. L’edizione completa, con tutti i 150 Salmi, venne pubblicata nel 1562. Calvino aveva rinunciato ai suoi testi a favore di quelli di Marot, che giu­dicava migliori. Le melodie, che inizialmente, come s’è detto, proveni­vano in larga misura dall’innario di Strasburgo, furono sostituite da al­tre composte soprattutto da Loys Bourgeois, Guillaume Frane e Claude Goudimel. Negli anni successivi vi furono alcuni rimaneggiamenti mu­sicali, ma il Salterio del 1562 è, sostanzialmente, quello definitivo, en­trato nella storia della fede, della musica e della liturgia con il nome di Salterio ugonotto. Il padre di quest’opera è Calvino, anche se material­mente non c’è nulla di suo, tranne l’idea e la tenacia con cui l’ha perse­guita. Calvino - non è forse inutile precisarlo - non è stato il primo a “inventare” l’inno ecclesiastico costituito dalla parafrasi poetica, in ver­si rimati, di un Salmo: il primo, l’abbiamo visto, è stato Luterò. Calvino non è neppure stato il primo a pubblicare un Salterio completo, in poe­sia e musica, ad uso del canto comunitario: questo primato spetta agli Anabattisti di Augusta che lo crearono già nel 1537 e che Strasburgo ri­pubblicò l’anno successivo[19]. Ma non c’è dubbio che il Salterio di Ginevra, comunemente chiamato «ugonotto», è quello che di gran lunga ha avu­to la maggior incidenza nella storia della chiesa, specialmente delle chie­se riformate, della loro testimonianza e della loro spiritualità.

«Tra tutti coloro che nel tempo della Riforma crearono innari rico­nosciuti dalla chiesa, Calvino è stato il primo che con coerenza, rigo­re e riuscita duratura, ha trasformato in forma di cantici l’innario dell’Antico Patto nell’innario della chiesa del Nuovo Patto»[20]. Il va­lore dell’impresa non può sfuggire: con essa Calvino affermava in ter­mini perentori l’unità dei due Testamenti, l’identità unica del Dio che essi annunciano e della fede che lo confessa e ne canta la lode. Certo, la lettura cristiana del Salterio e, in generale, del Primo - o Antico -Testamento, è particolare e, in parte, diversa da quella della Sinagoga. Il Primo - o Antico - Testamento unisce in profondità chiesa e Israele, anche se le loro rispettive interpretazioni divergono più o meno netta­mente. È però fondamentale e gravido di promessa il fatto che la fede di ebrei e cristiani continui a chinarsi sullo stesso testo biblico che par­la agli uni e agli altri, li consola e li interpella. Letture diverse non si devono ignorare o snobbare a vicenda ma piuttosto ascoltare e con­frontare. Nessuno deve pretendere di essere quella vera, o definitiva, o l’unica legittima. Erano ben ebrei i primi che hanno letto cristianamente l’Antico Testamento e il Salterio. In questo senso sarebbe del tutto fuori luogo vedere nella lettura cristiana del Primo Testamento e del Salterio una sorta di arbitraria manipolazione o addirittura un’ap­propriazione indebita, un furto spirituale. Quel che invece va detto è che oggi più che mai è aperta - e deve restarlo - la questione seguen­te: Che cosa significa, propriamente, «lettura cristiana» del Primo - o Antico - Testamento? Significa soltanto quello che ha significato nel­la grande tradizione cristiana a partire dalla neotestamentaria Lettera agli Ebrei in avanti, fino ai nostri giorni? Non ci stiamo forse renden­do lentamente e faticosamente conto del fatto che quella non è l’unica lettura cristiana possibile dell’Antico Testamento, e che altre possono e probabilmente debbono esserle affiancate, senza per questo volerla implicitamente censurare o abbandonare? Una cosa, comunque, è certa: per la comunità cristiana è assolutamente vitale il radicamento nel testo veterotestamentario, nella fede che lo anima e nella spiritualità che vi si respira.

È proprio questa convinzione che, a suo tempo, ha spinto Calvino a fare del Salterio l’innario della chiesa. Lo dice chiaramente egli stesso nel suo scritto principale sull’argomento, cioè la Lettera al lettore che pre­cede e introduce il testo della liturgia ginevrina[21], e reca la data del 10 giugno 1543. Vi si legge tra l’altro: «È vero quel che dice S. Agostino, che nessuno può cantare cose degne di Dio se non le ha ricevute da Lui. Perciò, dopo aver ben girovagato dappertutto cercando in tutte le dire­zioni, non troveremo cantici migliori e più appropriati a quel fine che i Salmi di Davide, che lo Spirito santo gli ha dettato e composto. Per que­sta ragione, quando li cantiamo siamo sicuri che Dio ci mette in bocca le parole, come se egli stesso cantasse in noi per esaltare la sua gloria»[22]. La preghiera della chiesa avviene infatti fin dalle origini in due modi: con la semplice parola e con il canto, come raccomanda lo stesso apostolo Paolo (Efesini 5:19; Colossesi 3:16). Il canto possiede una forza partico­lare, capace di muovere e infiammare il cuore umano. Così pure la mu­sica, dono di Dio destinato alla sua lode. Ma entrambi possono essere uti­lizzati male: allora non aiutano la fede ad esprimersi ma disorientano l’a­nima e la sviano. Perciò bisogna «moderare l’uso della musica»[23] e «ba­dare a che il canto non sia frivolo né sventato ma abbia peso e maestà, come dice S. Agostino; e così c’è grande differenza tra la musica fatta per rallegrare gli uomini a tavola e in casa, e i Salmi che si cantano in chie­sa, alla presenza di Dio e dei suoi angeli»[24]. Anche nell’Istituzione della religione cristiana Calvino invita a vigilare affinchè «le orecchie non sia­no più attente all’armonia del canto che gli spiriti al senso spirituale del­le parole»[25]. Come già detto, a Calvino interessa il contenuto del canto, non la sua forma melodica. Gli interessa che il contenuto del canto sia bi­blico, perché solo le parole della Bibbia sono sicuramente adeguate alla lode e gloria di Dio. Questo suo interesse dominante, sistematicamente perseguito, ha dato un’impronta inconfondibile al canto comunitario in ambito riformato (ma non solo), ed ha esercitato un influsso notevole, per quanto indiretto sull’evoluzione della musica destinata al culto evangeli­co, nella seconda metà del XVI secolo e oltre.

«Il Salterio ginevrino è un’opera unica nella storia della chiesa evan­gelica. La sua sorprendente popolarità, la rapida e larga diffusione e la pronta traduzione in molte lingue assicurarono un successo straordina­rio, anche nel senso della sua importanza ecumenica oltre le frontiere»[26]. Tradotto in tedesco, inglese, boemo, danese, guascone, spagnolo, ebrai­co, olandese, ungherese, italiano, latino, polacco, portoghese, romancio, malese, tamil, è stato senza dubbio l’innario più diffuso nel mondo rifor­mato: «il Salterio francese divenne il Salterio di tutte le chiese riforma­te»[27], le quali, fino al secolo scorso, non ebbero altro innario. Il fatto che i riformati cantassero esclusivamente i Salmi divenne la loro principale carta d’identità e finì per diventare «la bandiera, il simbolo e, se così si può dire, il sinonimo della Riforma»[28]. Cantare i Salmi equivaleva a es­sere riformato. Tanto che quando, nel corso del Seicento i riformati fran­cesi cominciarono a essere fatti oggetto di crescenti angherie e di sem­pre maggiori restrizioni dell’esercizio della loro fede (culminate nel 1685 nella revoca dell’Editto di Nantes), uno dei divieti ricorrenti fu quello di cantare i Salmi non solo nei luoghi pubblici «ma anche nelle loro case, a meno che li cantino a voce così bassa che non possano essere uditi dai passanti e dai vicini»[29]. Il divieto del canto dei Salmi era il preludio al divieto della fede riformata.

C’è poi una circostanza particolare che, terminando, va menzionata per meglio comprendere il valore incomparabile del Salterio ugonotto per le chiese riformate: molti dei Salmi ch’esso contiene venivano can­tati dai martiri evangelici mentre si avviavano al patibolo o nel momento stesso del loro supplizio[30]. Cantando un Salmo essi rendevano testi­monianza alla fede che, nella sua apparente sconfitta, ha in realtà «vin­to il mondo» (I Giovanni 5,4), e allo stesso tempo confessavano che la loro appartenenza a Cristo era più forte della morte, che essi affrontava­no e in qualche modo sfidavano con le parole cantate del Salterio.

È dunque chiaro che pubblicare oggi il Salterio ugonotto in italiano moderno non significa fare dell’archeologia innologica e neppure cede­re a una suggestione nostalgica. Significa invece invitare in primo luo­go le chiese a riappropriarsi di un grande testo della fede cristiana, che ha svolto un ruolo di primissimo piano nella storia della cristianità rifor­mata e che, per i suoi contenuti rigorosamente biblici, appartiene alla storia perenne della fede e può quindi essere liberamente utilizzato in ogni tempo e da ogni chiesa. In particolare questo Salterio può aiutare le chiese non solo ad ampliare il loro repertorio innologico ma anche e soprattutto a qualificare meglio - là dove è necessario - il loro canto, ar­ricchendone il linguaggio di sostanza biblica. Si tratta dunque, in fin dei conti, di un’offerta che può migliorare la qualità spirituale della vita del­le chiese e del loro culto. Si sa che la qualità del canto è un termometro abbastanza sicuro per misurare la temperatura della fede. Dove la fede è viva, è vivo anche il canto. E quanto più la fede si alimenta della pa­rola biblica, tanto più spontaneo sorge il desiderio di cantare quella pa­rola stessa da cui la fede trae la sua linfa vitale. Ecco perché è nato il Salterio ugonotto, ecco perché oggi ci viene riproposto.


 

[1] L’eccezione, come si sa, è costituita da Zwingli (1484-1531). Il Riformatore di Zurigo viene comunemente additato (e censurato) come nemico del canto comunitario e fautore di un culto pubblico senza musica e senza inni. Ora è vero che egli ha abolito i canti liturgici medievali senza sostituirli con inni evangelici: è quindi vero che, a differenza di Luterò e Calvino (per fare solo i nomi maggiori), Zwingli «non ha fatto nulla per il canto ecclesia­stico» (Markus JENNY, Luther, Zwingli, Calvin in ihren Liedern, Theologischer Verlag, Zurich, 1983, p. 175). Solo dopo la sua morte (11 ottobre 1531) la Svizzera riformata di lingua te­desca comincia a produrre innari evangelici: quello di San Gallo nel 1533 (stampato a Zurigo) e poco più tardi quello di Costanza, poi diventato modello di molti altri, anche di quello del­la chiesa di Zurigo, stampato per la prima volta nel 1598. Il fatto sorprendente però è che questo innario contiene tre inni composti da Zwingli, autore del testo e della melodia. Vi so­no altre testimonianze che attestano l’amore di Zwingli per la musica religiosa e profana e per il canto, anche come espressione della fede, così come sono certe le sue non comuni at titudini di poeta e compositore (le informazioni appena date sono tratte dall’opera citata so­pra di M. JENNY, pp. 175-185). Resta dunque un enigma il rifiuto di Zwingli di utilizzare il canto e la musica nel culto pubblico. «Tenendo conto del suo talento e della sua competen­za musicale, non si comprende del tutto come mai, da Riformatore, proprio Zwingli non ab­bia voluto servirsi della musica quale fattore liturgico nel culto e abbia abolito il suono del­l’organo e perfino il canto comunitario, per timore che potessero distrarre i fedeli dalla pa­rola di Dio in chiesa» (Margherita FURST-WULLE, Il canto cristiano nella storia della musi­ca occidentale, Claudiana, Torino, 1974, p. 352).

[2]M. LUTERO, Prefazione alle Symphoniae iucundae, WA 50, 364-374.

[3]WA 50, 368, 8.

[4]AGOSTINO, Confessioni, a cura di Roberta De Monticelli, Garzanti, Milano, 1990, X, 33.50.

[5]WA 50, 369, 2.

[6]WA 50, 371, 14-15.

[7]WA 50, 372, 4-5.

[8]WA 50, 373,3.

[9] WA 50, 373, 3.

[10] M. LUTERO, Prefazione all’Innario corale di Wittenberg del 1524, WA 35, 475, 2-5. Cit. da M. JENNY, op. cit. [Nota 1], p. 39.

[11] M. LUTERO, Prefazione a una raccolta di Inni cristiani funebri in latino e in tedesco, del 1542, WA 35, 480, 3-9. Cit. da M. JENNY, op. cit. [Nota 1], p. 162.

[12] Così Luterò si esprime nella sua terza e ultima Prefazione al Salterio del 1545, WADB 10/11, 155, 18-156, 8. Versione italiana in: M. LUTERO, Prefazione alla Bibbia, a cura di Marco Vannini, Marietti, Genova, 1987, p. 26.

[13] Dalla seconda Prefazione di Lutero al Salterio del 1528, WADB 10/1, 99, 14-100, 2. Versione italiana in M. LUTERÒ, Prefazione alla Bibbia [citata alla nota precedente], pp. 20-21.

[14] Ivi, WADB 10/1, 104,5-9. Versione italiana in M. LUTERÒ, Prefazioni alla Bibbia [Nota 12], p. 23. «Conosci te stesso» è l’iscrizione sul tempio di Apollo, a Delfi. Nel testo di Lutero è in greco traslitterato: Gnotiseauton.

[15] M. LUTERO, Postilla al Salterio del 1525, in WADB 10/1, 588, 16-18. Versione italia­na in M. LUTERÒ, Prefazioni alla Bibbia [Nota 12], p. 24.

[16] Ivi, WADB 10/1, 590, 30-33. Versione italiana nell’opera citata alla nota precedente, p. 24.

[17] I testi e le melodie di questi Salmi sono riprodotti e commentati da Markus Jenny, nel­l’opera citata alla Nota l, pp. 102-124, pp. 151-156.

[18] Cit. da Markus JENNY, op. di. [Nota 1], pp. 224.

[19] Markus JENNY, op. cit. [Nota 1], p. 228.

[20] Ivi, pp. 228 s.

[21] Intitolata La forme des prières et chantz ecclésiastiques, in: Joannis Calvini Opera Selecta, II, a cura di Peter Barth e Dora Scheuner, Kaiser, Munchen, 1952, pp. 11-58. Oltre alla liturgia del culto domenicale, l’opera contiene la liturgia del battesimo, della Cena, del matrimonio e una serie di indicazioni pastorali per la visita ai malati.

[22] Ivi, 17, pp. 12-20.

[23] Ivi, 16, p. 23.

[24] Ivi, 15, pp. 30-36.

[25] J. CALVIN, Institution de la religion chrétienne, III, 20, 32.

[26] Margherita FURST-WULLE, op. cit. [Nota 1], p. 130.

[27] Félix BOVET, Histoire du Psautierdes Eglises Réformées, Grassart, Paris, 1872, p. 71. Quest’opera contiene l’elenco completo delle versioni nelle varie lingue sopra menzionate. Le versioni italiane sono le seguenti: nel 1554, a Ginevra, XX Salmi; nel 1566, a Ginevra, Sessanta Salmi (varie ristampe, sempre a Ginevra, la prima già nel 1578; nel 1603, a Ginevra, i Salmi di David, a cura di Fran9ois Perrot (italianizzato in Francesco Perrotto; si tratta però di un francese), preceduti da una dedica alla regina inglese Elisabetta I; nel 1643, a Zurigo, per uso della chiesa italiana, Salmi scelti di Davide (non è un’opera nuova, sono 23 Salmi del Perrot); nel 1683, a Ginevra, Cento Salmi di David (di cui 40 nella versione di Giovanni Diodati); nel 1740 e nel 1753, due edizioni del Salterio stampate nei Grigioni per le chiese riformate di lingua italiana.

[28] M, p. 123.

[29] Ivi, pp. 127 e 238.

[30] Ivi, pp. 118-120.

 

 

Ritorno - E-Mail