Jane a Corte
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Quando la salute di Enrico VIII comincia a declinare ed egli si ritira dalla vita intensa di Westminster e di Whitehall alla relativa reclusione di Windsor e Hampton Court - fra la primavera del 1546 e la sua morte, nel gennaio del 1547, il tenore di vita nei suoi palazzi era così cambiato che sarebbe stato difficile introdurre la nipote in casa della Regina. Sebbene non sia chiaro quando esattamente Jane lasci Bradgate, lei era ben conosciuta dalla Regina, dal Principe Edoardo e dalle principesse, prima della morte di Enrico. La sua istruzione, da quel tempo in poi, sarebbe stata adattata alle sue inclinazioni così bene che non se ne sarebbe più allontanata. L’essere stata inserita a Corte già all’età di nove anni e mezzo, avrebbe esercitato un’influenza molto forte che l’avrebbe accompagnata al termine della sua vita. Caterina Parr, una delle donne più intelligenti ed affascinanti del tempo, quanto a temperamento era l’antitesi della madre di Jane, Frances. Che Jane si fosse così tanto attaccata a lei, diventa così ovvio. Le sue lettere e conversazioni riflettono quelle della sua gentile patrona, il cui carattere e carriera sono un prodotto tipico della Riforma inglese. Quando sposa Enrico VIII nel luglio del 1543, Catherine Parr, senza figli, elegante, ricca e realizzata, era una moglie ed una matrigna ideale. Convertita alla fede evangelica, la sua casa di Wimbledon diventa il centro di circoli culturali e religiosi molto avanzati, che includevano personaggi come Coverdale, Cranmer, e Anne Askew.
Sebbene allora il Protestantesimo non fosse ancora popolare presso gran parte della popolazione inglese, il suo impatto su giovani ed entusiasti intellettuali come Jane, fu immediato, violento e durevole. A parte dalla sua negazione di dogmi stabiliti come la presenza reale del Cristo nell’ostia, parte del suo potere sembra essere dipeso dalla promozione che faceva della immediata comunione personale con Dio, la pratica e non la mistica. Nella vita spirituale di Jane, la questione tipicamente mistica, comune nella teologia medievale, della “immersione” in Dio, non si poneva. Iddio sembrava non tanto parlare attraverso di lei, ma come Colui che è sempre disponibile ad una comunicazione diretta e ad istruire, non appena invocato, con il risultato che il suo approccio con Dio non era estatico, ma fiducioso e sereno. Il processo di stabilire la personale comunione con Dio era relativamente semplice e non richiedeva alcun intermediario umano o sacramento. La mediazione del Cristo, infatti, nella teologia biblica ed evangelica, è pienamente sufficiente. Questo atteggiamento poteva forse creare una certa apparente arroganza (caratteristica tipica, fra l’altro, dell’adolescenza in cui Lady Jane si trova), disdegno ed orrore per coloro che preferivano la vecchia via (il Cattolicesimo) e, nel caso della maggior parte dei giovani educati come lei, un”associazione istintiva con le teorie del Platonismo classico, compatibili con la prospettiva protestante [Una visione del problema anima e corpo un po’ troppo pronunciata]. Dopo aver lasciato la cerchia di Caterina Parr, alcuni dei suoi scritti riflettono esattamente le opinioni sue e dei suoi contemporanei sulla morte, così come sono espressi da Socrate prima di avere preso la cicuta dalle mani dei suoi esecutori.
Indubbiamente Jane, per la sua fede, carattere e pietà, genuinamente cristiana, dava tutte le evidenze possibili di poter essere annoverata fra gli eletti di Dio, e Michelangelo Florio ne parla ampiamente, dando proprio a questo aspetto della teologia biblica ed evangelica uno spazio tanto grande da renderlo il tema principale del suo libro, di intento apologetico ed evangelistico. Jane aveva pure molti interessi spirituali, estetici e letterari. Non era affatto mondana, né si interessava alle cose di cui normalmente i suoi contemporanei e pari avrebbero potuto interessarsi. Molti l’avrebbero considerata fin troppo seria e studiosa, troppo “puritana”. Per prepararsi al Paradiso, non doveva fare altro che affidarsi di tutto cuore a Cristo e rinunciare al peccato per affidarlo alla Sua opera di espiazione, come pure denunciare le aberrazioni ed idolatrie del Cattolicesimo. Si considerava certamente anche lei contaminata dal peccato, eppure contava in tutto e per tutto sull’opera misericordiosa del Cristo, che considerava pienamente sufficiente per la sua salvezza. I piaceri mondani per lei non contavano nulla e li respingeva molto volentieri, considerando tutto ciò che avrebbe piuttosto conseguito oltre questa vita terrena. |