Jane a Corte

L’usanza inglese di inviare i propri figli piccoli “a pensione” consisteva nel sistemarli in ambienti ancora più ricchi affinché potessero acquisire le usanze del mondo alla moda. Dato che la posizione sociale dei Dorset era fra le più alte, l’unico modo di aumentare lo status sociale di Jane era quello di sistemarla con la Regina Caterina Parr. Portano quindi la cosa all’attenzione del Re appena possibile. Lady Frances, che si recava frequentemente a corte, era in termini molto amichevoli con la Regina.

Quando la salute di Enrico VIII comincia a declinare ed egli si ritira dalla vita intensa di Westminster e di Whitehall alla relativa reclusione di Windsor e Hampton Court - fra la primavera del 1546 e la sua morte, nel gennaio del 1547, il tenore di vita nei suoi palazzi era così cambiato che sarebbe stato difficile introdurre la nipote in casa della Regina. Sebbene non sia chiaro quando esattamente Jane lasci Bradgate, lei era ben conosciuta dalla Regina, dal Principe Edoardo e dalle principesse, prima della morte di Enrico.

Al tempo in cui era successo al trono, il Re bambino e la sua matrigna aveva preso parziale residenza a Chelsey Palace, Jane si era unita alla famiglia e le si dava precedenza su tutti, con la sola eccezione delle sue cugine, principesse di sangue, Maria ed Elisabetta.

La sua istruzione, da quel tempo in poi, sarebbe stata adattata alle sue inclinazioni così bene che non se ne sarebbe più allontanata. L’essere stata inserita a Corte già all’età di nove anni e mezzo, avrebbe esercitato un’influenza molto forte che l’avrebbe accompagnata al termine della sua vita. Caterina Parr, una delle donne più intelligenti ed affascinanti del tempo, quanto a temperamento era l’antitesi della madre di Jane, Frances. Che Jane si fosse così tanto attaccata a lei, diventa così ovvio. Le sue lettere e conversazioni riflettono quelle della sua gentile patrona, il cui carattere e carriera sono un prodotto tipico della Riforma inglese.

Quando sposa Enrico VIII nel luglio del 1543, Catherine Parr, senza figli, elegante, ricca e realizzata, era una moglie ed una matrigna ideale. Convertita alla fede evangelica, la sua casa di Wimbledon diventa il centro di circoli culturali e religiosi molto avanzati, che includevano personaggi come Coverdale, Cranmer, e Anne Askew.

Durante questo tempo, Catherine era corteggiata e si era innamorata di Thomas Seymour, il Lord Alto Ammiraglio dell’Inghilterra e fratello dell’ex Regina Jane Seymour, madre di Edoardo VI. Caterina era stata sul punto di sposarlo, prima che Enrico VIII l’avesse chiesta egli stesso in sposa. Così, l’Ammiraglio, la cui carriera fu disastrosamente mescolata con quella di Lady Jane, dovette essere allontanato.

Sebbene egli fosse personaggio intimo di Corte e trattato bene dal Re, la sua posizione e potere non contavano nulla accanto a quella del suo fratello più vecchio, Edward Seymour che, dopo l’incoronazione di suo nipote, diventa Duca del Somerset e Protettore del Regno. Il suo compito era quello di accompagnare il Re ancora minorenne come autorevole consigliere.

Sotto la reggenza del Seymour, durata dal 1547 al 1550 - dall’11mo al 14mo anno di Jane - i Protestanti, o Riformatori, come preferivano essere chiamati, divennero improvvisamente dominanti ed il modello della fede religiosa di Jane fu accettato e promosso da un certo numero di personaggi distinti e famosi, come Sir John Cheke, Roger Ascham, e il suo futuro suocero John Dudley, lo stesso Michelangelo Florio, come pure diversi altri Consiglieri della Corona.

Sebbene allora il Protestantesimo non fosse ancora popolare presso gran parte della popolazione inglese, il suo impatto su giovani ed entusiasti intellettuali come Jane, fu immediato, violento e durevole. A parte dalla sua negazione di dogmi stabiliti come la presenza reale del Cristo nell’ostia, parte del suo potere sembra essere dipeso dalla promozione che faceva della immediata comunione personale con Dio, la pratica e non la mistica. Nella vita spirituale di Jane, la questione tipicamente mistica, comune nella teologia medievale, della “immersione” in Dio, non si poneva. Iddio sembrava non tanto parlare attraverso di lei, ma come Colui che è sempre disponibile ad una comunicazione diretta e ad istruire, non appena invocato, con il risultato che il suo approccio con Dio non era estatico, ma fiducioso e sereno. Il processo di stabilire la personale comunione con Dio era relativamente semplice e non richiedeva alcun intermediario umano o sacramento. La mediazione del Cristo, infatti, nella teologia biblica ed evangelica, è pienamente sufficiente.

Questo atteggiamento poteva forse creare una certa apparente arroganza (caratteristica tipica, fra l’altro, dell’adolescenza in cui Lady Jane si trova), disdegno ed orrore per coloro che preferivano la vecchia via (il Cattolicesimo) e, nel caso della maggior parte dei giovani educati come lei, un”associazione istintiva con le teorie del Platonismo classico, compatibili con la prospettiva protestante [Una visione del problema anima e corpo un po’ troppo pronunciata]. Dopo aver lasciato la cerchia di Caterina Parr, alcuni dei suoi scritti riflettono esattamente le opinioni sue e dei suoi contemporanei sulla morte, così come sono espressi da Socrate prima di avere preso la cicuta dalle mani dei suoi esecutori.

Si racconta che Jane disse: “Io dovrei essere spaventata dalla morte, “ma sono persuasa di raggiungere attraverso di essa entità spirituali sagge e giuste ... e quindi non ne sono spaventata... Il vero filosofo ha ragione d’avere uno spirito lieto quando deve morire. Dopo la morte, infatti, egli ha l’opportunità di ottenere il bene più grande in un altro mondo. Quando giungo alla fine del mio viaggio, io otterrò ciò che è stato l’obiettivo principale della mia vita”.

Questa immunità dal terrore della morte era rafforzata dalla visione di un paradiso assolutamente concreto. Vi era pure, naturalmente, l’inferno, ma, per i gli evangelici, non esiste lo sgradevole intervallo di purgatorio di cui la Bibbia non parla mai e che, per altro, è superfluo, essendo l’opera di Cristo ricevuta per fede, pienamente sufficiente per espiare le colpe del peccatore. Inoltre, per Jane, la possibilità stessa di allontanarsi dalla giustizia di Cristo e rischiare la dannazione, era praticamente nulla. Secondo, infatti, la fede riformata, l’opera della salvezza è assicurata dal principio alla fine dal Cristo, e nulla che si possa fare la può pregiudicare. La salvezza, infatti, è un dono immeritato che Dio concede ai Suoi eletti.

Indubbiamente Jane, per la sua fede, carattere e pietà, genuinamente cristiana, dava tutte le evidenze possibili di poter essere annoverata fra gli eletti di Dio, e Michelangelo Florio ne parla ampiamente, dando proprio a questo aspetto della teologia biblica ed evangelica uno spazio tanto grande da renderlo il tema principale del suo libro, di intento apologetico ed evangelistico.

Jane aveva pure molti interessi spirituali, estetici e letterari. Non era affatto mondana, né si interessava alle cose di cui normalmente i suoi contemporanei e pari avrebbero potuto interessarsi. Molti l’avrebbero considerata fin troppo seria e studiosa, troppo “puritana”.

Per prepararsi al Paradiso, non doveva fare altro che affidarsi di tutto cuore a Cristo e rinunciare al peccato per affidarlo alla Sua opera di espiazione, come pure denunciare le aberrazioni ed idolatrie del Cattolicesimo. Si considerava certamente anche lei contaminata dal peccato, eppure contava in tutto e per tutto sull’opera misericordiosa del Cristo, che considerava pienamente sufficiente per la sua salvezza. I piaceri mondani per lei non contavano nulla e li respingeva molto volentieri, considerando tutto ciò che avrebbe piuttosto conseguito oltre questa vita terrena.