André Gounelle, professore di dogmatica alla Facoltà di
teologia protestante di Montpellier (Francia).
Da "Voce Evangelica" (2000)
Sono stati necessari due anni di lavoro e alcune
modifiche perché il documento preparato dalla commissione mista composta
dalla Chiesa cattolica romana e dalla Federazione luterana fosse accettato.
In Germania l'evento ha suscitato forti dibattiti approdati anche sulle
colonne dei più grandi quotidiani: i luterani si sono divisi sulla questione
se la dichiarazione tradisca il principio fondamentale del luteranesimo (la
giustificazione per grazia) o, al contrario, ne sanzioni la vittoria; i
romani cardinali Cassidy e Ratzinger hanno espresso riserve su diversi punti
che, sebbene da un osservatorio esterno possano apparire dei sofismi (il
peccatore perdonato rimane tale oppure no?), non sono privi di conseguenze.
Nell'ottobre scorso pareva che l'operazione dovesse sfociare in un
insuccesso dalle gravi ripercussioni sulle relazioni tra le due chiese e sul
clima ecumenico. Si è giunti invece a una spiegazione, sono stati fatti dei
negoziati e, in seguito a un processo tanto diplomatico quanto teologico,
l'accordo è stato raggiunto.
Il testo firmato ad Augusta non è gran cosa. Arzigogolato,
spesso confuso, è privo di respiro. Rappresenta comunque un sensibile
progresso rispetto al documento “Il pasto del Signore” adottato dalla
medesima commissione nel 1978, il quale raggiungeva vertici difficilmente
eguagliabili quanto a pesantezza di stile, inutili complicazioni e assenza
di interesse. In vent'anni la commissione si è molto migliorata. Se il mio
giudizio sul lavoro di vent'anni fa era un “nettamente insufficiente”, per
il lavoro di quest'anno è un “mediocre”. Se si fosse trattato di un compito
affidato a uno studente avrei dato la seguente valutazione: “Il punto della
questione non è stato colto. Occorre riprendere il discorso con più metodo e
approfondire la riflessione”. Ma dopo tutto si sa che l'ecumenismo ufficiale
giudica essenziale il fatto che ci sia un accordo, senza preoccuparsi molto
dei suoi contenuti.
Detto questo, voglio ora attenuare questo giudizio troppo
brusco e ingiusto. Il testo della dichiarazione ha dei meriti incontestabili,
come quello, per esempio, di mettere in evidenza il fatto che le due
tradizioni interpretano in modi differenti le stesse asserzioni. Non si
negano le differenze, si tenta piuttosto di definire i termini del dibattito,
senza eluderli. Anche se questo non viene fatto in modo convincente è
necessario esserne grati e sottolineare che ciò è un progresso.
I luterani sono legati ai riformati attraverso numerosi
accordi, tra i quali, in Europa, la Concordia di Leuenberg. Stupisce dunque
che i luterani non abbiano invitato le chiese riformate a partecipare alle
loro discussioni con i cattolici. Solo alcuni tra i luterani, in particolare
francesi, hanno deplorato questa omissione. La dichiarazione non solo non fa
alcuna allusione ai riformati, ma ne ignora totalmente le posizioni, e
quando parla della Riforma allude unicamente alla Riforma luterana. Con
un'arroganza che vogliamo credere non voluta e totalmente sprovvista di
malafede, essa dimentica i riformati e si esprime come se i luterani fossero
gli unici eredi legittimi della Riforma e i soli fedeli depositari dei suoi
principi. Non considerando le tesi riformate, allo stesso tempo simili e
diverse rispetto a quelle luterane, il dibattito perde in ampiezza, in
profondità, in pertinenza.
Le commissioni ecclesiastiche propongono spesso delle
letture armonizzanti della Bibbia: giustappongono delle citazioni come se i
diversi passaggi delle Scritture formassero un puzzle in cui tutto si
incastra e si completa e dimenticano o mascherano la diversità degli autori
e le loro divergenze. A questo proposito, la dichiarazione
luterano-cattolica sulla giustificazione ha il merito di indicare
esplicitamente l'esistenza di una pluralità biblica. La buona novella della
salvezza è presentata nella Sacra Scrittura in modi diversi, Matteo,
Giovanni, l'Epistola agli Ebrei, Giacomo “non affrontano nello stesso modo i
temi della giustizia e della giustificazione”. Anche tra le lettere di Paolo
si constatano delle divergenze. Senza dubbio ci si potrebbe spingere più
lontano e sottolineare che i disaccordi tra cristiani non sorgono nel corso
della storia in seguito alla stesura dei testi sacri, ma esistono fin dalle
origini, all'interno del Nuovo Testamento stesso, e che non c'è mai stata,
nella chiesa, unità di dottrina o unità di istituzioni. Anche se il
documento è prudente su questo punto, si constata un progresso di cui ci si
può rallegrare. Per contro è necessario notare che l'Antico Testamento è
scarsamente considerato e che si continua troppo spesso a citare dei
versetti isolandoli dal loro contesto. È un vecchio e persistente difetto
dei testi ecclesiastici ufficiali.
Nel sedicesimo secolo il Concilio di Trento affermò la
dottrina della giustificazione con la stessa forza dei testi luterani, ma
non la intese nello stesso modo e soprattutto non ne trasse le stesse
conclusioni. Il disaccordo non fu tanto sul principio in sé, quanto sulle
sue implicazioni e applicazioni. La dichiarazione afferma, nel penultimo
paragrafo, che le vere difficoltà non si situano nella dottrina stessa, ma
in ciò che ne consegue. Ma allora mi chiedo: in queste condizioni ricordare
dei principi è un'operazione interessante se non si dice nulla su ciò che
comportano? Detto con altre parole, il lavoro non è stato fatto: non siamo
di fronte a un accordo, ma a una premessa per discussioni future. Pare che
gli ecumenisti pongano le questioni in modo tale da non restare mai senza
lavoro: ogni documento richiede un seguito e ogni riunione ne genera altre.
Per concludere: si può porre il problema della giustificazione nei termini
adottati nel sedicesimo secolo? Non è forse necessario domandarsi cosa
significa e come renderlo attuale? Non è forse una questione essenziale,
l'unica che importi veramente? L'assenza di ogni preoccupazione
d'attualizzazione non rende questo documento in definitiva polveroso e
inutile? (trad. it. Rachele Tognina).