Giustificazione per grazia: siamo veramente d'accordo?

Il 31 ottobre 1999, giorno dell'anniversario dell'affissione delle 95 tesi contro le indulgenze ad opera di Lutero a Wittenberg (1517), cattolici e luterani hanno firmato un accordo teologico sulla dottrina della giustificazione. Il settimanale protestante francese “Réforme” ha chiesto un parere al professor André Gounelle, che da anni segue con attenzione il dibattito ecumenico. Ne proponiamo una traduzione italiana.

André Gounelle, professore di dogmatica alla Facoltà di teologia protestante di Montpellier (Francia).

Da "Voce Evangelica" (2000)

Sono stati necessari due anni di lavoro e alcune modifiche perché il documento preparato dalla commissione mista composta dalla Chiesa cattolica romana e dalla Federazione luterana fosse accettato. In Germania l'evento ha suscitato forti dibattiti approdati anche sulle colonne dei più grandi quotidiani: i luterani si sono divisi sulla questione se la dichiarazione tradisca il principio fondamentale del luteranesimo (la giustificazione per grazia) o, al contrario, ne sanzioni la vittoria; i romani cardinali Cassidy e Ratzinger hanno espresso riserve su diversi punti che, sebbene da un osservatorio esterno possano apparire dei sofismi (il peccatore perdonato rimane tale oppure no?), non sono privi di conseguenze. Nell'ottobre scorso pareva che l'operazione dovesse sfociare in un insuccesso dalle gravi ripercussioni sulle relazioni tra le due chiese e sul clima ecumenico. Si è giunti invece a una spiegazione, sono stati fatti dei negoziati e, in seguito a un processo tanto diplomatico quanto teologico, l'accordo è stato raggiunto.

Il testo firmato ad Augusta non è gran cosa. Arzigogolato, spesso confuso, è privo di respiro. Rappresenta comunque un sensibile progresso rispetto al documento “Il pasto del Signore” adottato dalla medesima commissione nel 1978, il quale raggiungeva vertici difficilmente eguagliabili quanto a pesantezza di stile, inutili complicazioni e assenza di interesse. In vent'anni la commissione si è molto migliorata. Se il mio giudizio sul lavoro di vent'anni fa era un “nettamente insufficiente”, per il lavoro di quest'anno è un “mediocre”. Se si fosse trattato di un compito affidato a uno studente avrei dato la seguente valutazione: “Il punto della questione non è stato colto. Occorre riprendere il discorso con più metodo e approfondire la riflessione”. Ma dopo tutto si sa che l'ecumenismo ufficiale giudica essenziale il fatto che ci sia un accordo, senza preoccuparsi molto dei suoi contenuti.

Detto questo, voglio ora attenuare questo giudizio troppo brusco e ingiusto. Il testo della dichiarazione ha dei meriti incontestabili, come quello, per esempio, di mettere in evidenza il fatto che le due tradizioni interpretano in modi differenti le stesse asserzioni. Non si negano le differenze, si tenta piuttosto di definire i termini del dibattito, senza eluderli. Anche se questo non viene fatto in modo convincente è necessario esserne grati e sottolineare che ciò è un progresso.

I luterani sono legati ai riformati attraverso numerosi accordi, tra i quali, in Europa, la Concordia di Leuenberg. Stupisce dunque che i luterani non abbiano invitato le chiese riformate a partecipare alle loro discussioni con i cattolici. Solo alcuni tra i luterani, in particolare francesi, hanno deplorato questa omissione. La dichiarazione non solo non fa alcuna allusione ai riformati, ma ne ignora totalmente le posizioni, e quando parla della Riforma allude unicamente alla Riforma luterana. Con un'arroganza che vogliamo credere non voluta e totalmente sprovvista di malafede, essa dimentica i riformati e si esprime come se i luterani fossero gli unici eredi legittimi della Riforma e i soli fedeli depositari dei suoi principi. Non considerando le tesi riformate, allo stesso tempo simili e diverse rispetto a quelle luterane, il dibattito perde in ampiezza, in profondità, in pertinenza.

Le commissioni ecclesiastiche propongono spesso delle letture armonizzanti della Bibbia: giustappongono delle citazioni come se i diversi passaggi delle Scritture formassero un puzzle in cui tutto si incastra e si completa e dimenticano o mascherano la diversità degli autori e le loro divergenze. A questo proposito, la dichiarazione luterano-cattolica sulla giustificazione ha il merito di indicare esplicitamente l'esistenza di una pluralità biblica. La buona novella della salvezza è presentata nella Sacra Scrittura in modi diversi, Matteo, Giovanni, l'Epistola agli Ebrei, Giacomo “non affrontano nello stesso modo i temi della giustizia e della giustificazione”. Anche tra le lettere di Paolo si constatano delle divergenze. Senza dubbio ci si potrebbe spingere più lontano e sottolineare che i disaccordi tra cristiani non sorgono nel corso della storia in seguito alla stesura dei testi sacri, ma esistono fin dalle origini, all'interno del Nuovo Testamento stesso, e che non c'è mai stata, nella chiesa, unità di dottrina o unità di istituzioni. Anche se il documento è prudente su questo punto, si constata un progresso di cui ci si può rallegrare. Per contro è necessario notare che l'Antico Testamento è scarsamente considerato e che si continua troppo spesso a citare dei versetti isolandoli dal loro contesto. È un vecchio e persistente difetto dei testi ecclesiastici ufficiali.

Nel sedicesimo secolo il Concilio di Trento affermò la dottrina della giustificazione con la stessa forza dei testi luterani, ma non la intese nello stesso modo e soprattutto non ne trasse le stesse conclusioni. Il disaccordo non fu tanto sul principio in sé, quanto sulle sue implicazioni e applicazioni. La dichiarazione afferma, nel penultimo paragrafo, che le vere difficoltà non si situano nella dottrina stessa, ma in ciò che ne consegue. Ma allora mi chiedo: in queste condizioni ricordare dei principi è un'operazione interessante se non si dice nulla su ciò che comportano? Detto con altre parole, il lavoro non è stato fatto: non siamo di fronte a un accordo, ma a una premessa per discussioni future. Pare che gli ecumenisti pongano le questioni in modo tale da non restare mai senza lavoro: ogni documento richiede un seguito e ogni riunione ne genera altre. Per concludere: si può porre il problema della giustificazione nei termini adottati nel sedicesimo secolo? Non è forse necessario domandarsi cosa significa e come renderlo attuale? Non è forse una questione essenziale, l'unica che importi veramente? L'assenza di ogni preoccupazione d'attualizzazione non rende questo documento in definitiva polveroso e inutile? (trad. it. Rachele Tognina).

 

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