I CELTI IN ITALIA

di SERENA TAJE’

E’ solo interesse culturale?

Non è il titolo di una mostra che si tiene a Palazzo Grassi a Venezia: è solamente un modo provocatorio per mettere a tema una realtà che molto
spesso ci sfiora da vicino pur sembrando cosi lontana.
Camminando per una pittoresca via dei navigli di Milano, via Vigevano, ci si imbatte in un negozio frequentatissimo: il “Ceiltic Shopa”. Dando una superficiale e turistica occhiata alla vetrina non sfuggono le immagini in cera di gnomi, fatine e abitanti del favoloso mondo che è patrimonio della tradizione popolare del Nord Europa. Ma non solo: vi si trovano anche libri sulla religione celtica e scritti di alcuni autori neopagani (citiamo per tutti Gwenech Lug) accompagnati da CD.

Tutto questo sembra l’armamentario tipico di una vetrina new age, o anche di complessa e così ben articolata da ottenere finanziamenti anche dal Galles. La presenza di gruppi neopagani che si ispirano alle tradizioni celtiche è in Italia, soprattutto in Lombardia, un dato di cui non si può più ignorare l’esistenza né la consistenza.

Soprattutto in seguito all’affermarsi in campo storico di alcune tesi riguardo le matrici comuni dell’Europa e l’ancestrale cultura madre del nostro continente (si veda ad esempio l’opera di Nolte e della sua scuola),
la convinzione che il collante culturale del nostro continente fosse la tradizione celtica è penetrato anche nel sentire comune. Il cristianesimo non è presentato in queste visioni, cui si richiamano anche i movimenti
nazionalisti o indipendentisti frequenti ormai in tutti gli stati europei, come l’humus culturale del Vecchio Continente, è anzi sentito come un usurpatore della autentica cultura europea, di cui sono fedeli espressioni
le tradizioni celtiche e germaniche.

La mediterranissima Italia non è rimasta estranea alle suggestioni di questa nordica cultura primitiva, ha saputo anzi valorizzare le abili tracce che le invasioni celtiche hanno lasciato sul suo suolo. L’attivazione di alcune cattedre di cultura celtica, la possibilità di frequentare corsi di lingua gaelica, il successo di alcune star della musica folk come Enya, la moda che ci fa indossare il torquis, l’antichissimo simbolo a spirale, sono segnali che anche nel nostro paese almeno un po’ della mentalità cui sopra facevamo riferimento è penetrata.

La componente religiosa non è mai assente da ogni manifestazione dello spirito umano; essa permea di sé quasi tutte le espressioni di vita dell’uomo, anche se spesso non se ne ha piena coscienza. Soprattutto una
cultura antica e primitiva, come quella dei “celti”, è debitrice quasi in toto alla dimensione magico-religiosa che ne costituisce l’ossatura portante.

Nonostante le popolazioni di stirpe celtica si siano ripartite, tra il VI e il III secolo a.C., in insulari (stanziate prevalentemente nelle isole britanniche) e continentali (presenti in varie zone fino anche al nord
dell’Italia), esse mantennero una certa uniformità culturale e il pantheon delle loro divinità, pur arricchendosi di dèi e culti locali, non ha perso la propria identità. Questo ha fatto si che i celti siano riusciti a far sopravvivere in alcune regioni, soprattutto dell’Europa del nord, la propria tradizione religioso-culturale fino ad oggi.

L’antica religione dei celti presenta le caratteristiche delle religioni antiche di stampo politeistico. Ad ogni attività dell’uomo era preposta una divinità protettrice: Ogma, ad esempio, era il dio della cultura e
dell’eloquenza, Epona era la dea protettrice dei cavalieri, Damona la divinità preposta alla conservazione della salute fisica.

Le divinità del pantheon celta erano ripartite in divinità celesti e terrestri, non tutte antropomorfe, ma comunque divise in maschili e femminili. Queste ultime venivano raffigurate generalmente raggruppate in
triadi e fatte oggetto di un solenne e talvolta cruento culto.

Molta importanza rivestivano piante, animali e boschi sacri, detti nemeton, cui venivano attribuiti poteri magici e taumaturgici.

La vita religiosa era scandita su un calendario lunare secondo cui l’anno si divideva in due sole stagioni: l’invernale, geimredh, e l’estiva, samradh. Quattro erano le festività principali, legate ai ritmi della natura, come ad esempio la più importante lugnasad (le nozze di Lug, signore dell’abilità artistica, inventore di tutte le arti) celebrata il primo agosto come festa di ringraziamento per il raccolto.

La ritualità era di tipo sacrificale, e consisteva prevalentemente in sacrifici di animali e purtroppo talvolta anche umani. I nemeton, boschi o radure sacre, rappresentavano i centri di culto, e ancor oggi, in Bretagna
ad esempio, vi si possono trovare i resti degli altari. I templi di forma circolare, si pensi a Stone Hange, o le spirali tracciate sul terreno sono caratteristici di questi luoghi. Anche di recente, intendo in epoca contemporanea, sempre in Bretagna, sono state riattivate e ristrutturate località di questo tipo, in cui dei moderni druidi officiano pubblicamente il culto.

Officianti del culto erano i caratteristici sacerdoti celti, i druidi (termine di etimologia incerta, che può derivare da drui – nell’antica lingua irlandese significa “colui che vive intensamente” -, oppure dal greco drus che significa “quercia”, quest’ultima derivazione ha attratto le simpatie degli odiemi gruppi neopagani di ispirazione naturistico-ambientalista), immortalati anche negli episodi di Asterix. Oltre alla gerarchia religiosa dei druidi, cui era affidato anche un embrionale ruolo giuridico, la società celta era guidata dai gutuatri,
letteralmente “voci”, guide locali della comunità cui era demandato il compito di intonare canti e preghiere agli dèi.

Non mancavano nella mitologia di queste popolazioni anche mostri ed esseri fantastici, quali ad esempio il popolarissimo Afanc, un mostro marino che molti hanno oggi ravvisato nel mostro di Loch Ness.

Accanto a questi elementi tipici di ogni, o quasi, forma religiosa primitiva, compare nella sensibilità di queste popolazioni l’accentuazione degli aspetti cupi e a volte sanguinari dell’esistenza. E’ sufficiente, per averne un saggio, leggere alcuni passi dei più tardivi poemi (citiamo solo il più reperibile benché spurio Edda).

Nei gruppi neopagani, che si ispirano a questa tradizione, oggi molto frequenti, è principalmente questa componente, tra le più negative, ad essere presente.

In Lombardia sono presenti circa quindici movimenti che si dichiarano neopagani ed eredi dello spirito degli antichi druidi. Nella sola città di Milano è possibile trovare più di venti negozi specializzati in prodotti
celtici, e vi si possono trovare quasi tutti i generi, dagli alimentari preparati con le ricette dell’antica farmacologia celta, ai paramenti per officiare il culto alla dea della fertilità Dana, fino ad arrivare a dei
corsi per autodidatti di lingua gaelica e scrittura runica.
Riconosciuto il debito, o indebito, fascino che le antiche tradizioni del Nord Europa possono esercitare, concesso il dovuto alla ricerca e allo studio storico e folkloristico di questa cultura, ci chiediamo se la portata
del fenomeno che stiamo indagando si limiti ad investire i meri aspetti culturali.
I dati riguardo la presenza di gruppi neopagani non ci permettono di relegare l’interesse verso questa tradizione culturale e religiosa nella sola curiositas da intellettuali.

E’ vero che si dà una gradualità all’interno anche degli stessi movimenti di ispirazione dichiaratamente pagana: si trovano gruppi influenzati soprattutto dalla componente naturalistico-ambientalista nel cui senso le
antiche culture celtiche possono suggestionare. Molti, tra gli aderenti ad esempio a gruppi come il rnilanese Celtic Natural Life, si dichiarano sensibili al rispetto della natura, rifiutano l’alimentazione non vegetariana, sono convinti che la cultura celtica sia espressione del debito rispetto verso l’ambiente naturale, e dell’equilibrio che dovrebbe instaurassi tra l’uomo e il pianeta.

Bisogna anche riconoscere che questi stessi uniscono all’impegno, anche politico, per la salvaguardia dell’ambiente la credenza nei poteri magici di alcune piante, e un certo animismo non è estraneo alla loro sensibilità.
Così, ad esempio, non si sottraggono alla celebrazione dei riti della fertilità e dal salutare come divinità le stelle e la luna; il tutto molto lontano da qualsiasi francescanesimo, dietro cui non disdegnano di pararsi!

Altri movimenti sono invece sensibili alle componenti più marcatamente culturali. I circoli di cultura celtica e germanica, presenti un po’ in tutta Italia, traggono ispirazione dal complesso di tradizioni orali e
scritte che si ricollegano a questa cultura. Nel loro bagaglio formativo non trascurano le concezioni cosmogoniche e religiose proprie di questa cultura e importano insieme ai racconti mitologici anche il paganesimo di cui sono imbevuti.

Affini a questi sono i gruppi più manifestamente neopagani. L’Y Cymru, ad esempio, che vorrebbe essere un circolo culturale di incontro tra il Galles e l’Italia, è invece un’associazione di attivisti del neopaganesirno di
matrice celta. Il loro nome, infatti, indica il circolo sacro che si tracciava nei luoghi di culto. Si vantano di avere tra i loro membri anche qualche discendente degli antichi druidi, e i numerosi italiani, che non possono reclamare così nobili origini, si accontentano di dirsi una nuova generazione di bardi, gli antichi cantori, versione più commerciale dei gutuatri.

La loro attività si concentra nello studio e nella divulgazione di testi di autori contemporanei neopagani, di cui ospitano anche le conferenze, e nell’ascolto meditativo di musica folk affine anche a quella new age, i cui
cantautori si esibiscono di norma al Festival Interceltico di Carnac, in Francia, in cui l’affluenza di italiani è abbastanza sorprendentemente numerosa.

Ma non solo. Officiano il culto pagano in modo rigoroso dimostrando in questo anche delle affinità con sètte sataniche di altra derivazione, e movimenti gnostico-luciferini di ricerca della sapienza del Graal.
Caratteristici di questi movimenti sono un certo sincretisrno e la distorsione della simbologia e dei contenuti della fede cristiana, operata in ottica neopagana.

Vi è inoltre una piccolissima componente che appartiene a un ambiente più “eletto”, e che non di rado si ricollega ad ambienti vicini alla massoneria, non estranei anche a interessi politici. Non è raro dare finanziamenti a gruppi di indipendentisti bretoni, convinti di versarli ad associazioni di íntercambio culturale.

Infine vi sono anche delle frange più estreme che lavorano, anche apertamente, per rimpiazzare l’usurpatrice cultura cristiana e la straniera sensibilità giudaica, con la presunta autentica cultura europea.

Tutto questo non è per iniziare a guardare con diffidenza tutto ciò che appartiene a tradizioni culturali non direttamente scaturite dal cristianesimo.

Infatti il cristianesimo non ha mai disdegnato nessuna cultura, essendo messaggio di salvezza per tutti gli uomini. Solamente non bisogna accettare in modo acritico e indiscriminato ogni cosa e idea che ci venga fatta passare sotto questo termine.